Recensione La casa senza ricordi di Donato Carrisi

A dimostrazione del successo ormai internazionale di Donato Carrisi, il nome dell’autore è ben più grande del titolo del suo ultimo romanzo (definito come) thriller ovvero La casa senza ricordi, edito da Longanesi; non è troppo avventato immaginare che una vasta percentuale di lettori acquisti il libro proprio per chi lo ha scritto, “andando sul sicuro”. Ed è in buona parte qui il problema di quest’opera.

Ho letto di recente due romanzi di Carrisi ovvero La ragazza nella nebbia del 2017, che ho ben apprezzato, e La casa delle voci del 2019, che invece mi ha lasciato interdetto visto che c’è un’abnorme e terrificante voragine di trama. Proprio perché La casa senza ricordi riprende mondo e personaggi del romanzo di tre anni fa, mi sono chiesto se per caso fosse tutto un piano a lungo termine o, magari, Carrisi avesse deciso di mettere un po’ di ordine. Non è stato così: iniziamo con una parte senza spoiler per poi passare a una che ne è particolarmente ricca.

Nei sogni non ci sono un prima e un dopo. Nei sogni il tempo non esiste.

Trama de La casa senza ricordi – Firenze, lo psicologo-ipnotista Pietro Gerber, alias “L’addormentatore di bambini”, tenta si risvegliare la coscienza assopita di Nico, un dodicenne di origine albanese ritrovato nella Valle dell’Inferno: il bambino è inebetito, non parla, non ricorda nulla, nemmeno dove sia scomparsa la madre. Gerber si rende conto che deve ritrovarlo nei meandri della mente, là dove è stato imprigionato da un misterioso Affabulatore. Inizia una sfida tra ipnotisti, tra storie passate che si mescolano al presente, trappole e rovesciamenti di fronte.

Come per tutti i romanzi di Carrisi, la trama mette tanta carne al fuoco e suscita subito il giusto interesse. Ci sono tutti gli ingredienti dei grandi thriller americani, in positivo e negativo: c’è il mistero principale da risolvere – che respira gonfiandosi e scomponendosi – assieme al crescendo di tensione, ma anche personaggi un po’ piatti e bidimensionali. I capitoli rilanciano l’attenzione trainandosi l’un l’altro, si crea una buona inquietudine di fondo. Insomma, al netto di una parte centrale più indolente e interlocutoria, il romanzo di si fa leggere di buona lena.

Tuttavia, è molto complicato accettare la credibilità di una storia del genere – al netto della paginetta di spiegazione sulle tecniche ipnotiche nel finale – perché la battaglia tra Gerber e l’affabulatore sfocia in sortite piuttosto estreme e coincidenze troppo spinte per essere vere. La sensazione è che (ancora una volta) Carrisi abbia avuto un’ottima idea di partenza, ma che non sia riuscito a mantenerla fino alla fine, dovendo scendere a pesanti compromessi per non abbandonare un soggetto che si è trasformato in una storia fantasy.

Credo che una grande mancanza dei romanzi di Carrisi sia la mancanza di qualsivoglia momento di leggerezza d’animo: non intendo la comicità, ma almeno una scena in cui i personaggi sorridono o vivono qualcosa di positivo. Trovo assai difficile provare empatia e vicinanza con romanzi così sbilanciati perché la vita è chiaro e scuro spesso confinanti, è un pensiero tragico nella felicità estrema, è un battuta divertente al funerale della persona più cara. I personaggi di Carrisi non ridono mai, non hanno mai esperienza di tepore, per questo motivo li trovo poco umani. Anche lo stato d’animo in lettura ne risente, visto che è un continuo aggirarsi negli abissi, finché sopraggiunge, inevitabile, l’assuefazione. Solo in storie con tanta luce si può raggiungere il buio più intenso, mentre qui si parte già dal crepuscolo.

Il linguaggio di Carrisi è lineare e ben bilanciato, molto gradevole, anche se almeno in tre casi è rimasto un imperfetto al posto di un congiuntivo, come per esempio a pagina 251: “Il primo pensiero fu che Nikolin aveva pronunciato….”.

Una precisazione finale prima degli spoiler è indispensabile, perché è ciò che mi ha infastidito di più e che avrei voluto fosse stato segnalato in bella evidenza in copertina (così non avrei proprio letto il libro): la storia non finisce, ma è verosimile che proseguirà con un nuovo romanzo visto che troppe cose vengono lasciate in sospeso.

Voto: 5/10

Dopo la foto della copertina, la parte molto spoiler.

la casa senza ricordi donato carrisi

Commento con spoiler su La casa senza ricordi e La casa delle voci

Iniziamo con gli spoiler, ultimo avvertimento.

Un bambino che viene trasformato in un registratore digitale a comando monopolizzando i pensieri di un ipnotista ipnotizzato, alla deriva in una Firenze che si immagina sempre fredda, desolata e decadente. Lo schema di questo libro è chiaro: Gerber deve trovare il trigger, ossia l’interruttore per sbloccare il ricordo innestato dall’Affabulatore nella mente di Nico, e da lì si aggiunge un tassello alla storia del passato. Coerente, ma ripetitivo e, alla lunga, un po’ noioso.

Soprattutto, però, troppo incanalato: Gerber riesce sempre a trovare la chiave giusta e anche nel giusto ordine, scopre ciò che deve scoprire con grande facilità ed è sorprendente come segua pedissequamente l’ordine cronologico, senza mai sbloccare un ricordo prima dell’altro. Le coincidenze sono troppe e staccano dalla tensione credibile, sfociando in un racconto molto stirato. Due momenti mi hanno lasciato sconcertato: l’indizio davvero inverosimile del dirottamento dello smartphone scrivendo dei “tre calzini spaiati” (l’Affabulatore è anche un cybercriminale? È un sofisticato malware installato solo sul telefono di Gerber?) e in modo particolare la storia del trapianto di cuore a una bambina con annessi ricordi e poteri paranormali.

Ho trovato il finale inaccettabile, perché non è un finale quanto un trampolino verso un inevitabile nuovo romanzo. Non sappiamo chi sia l’Affabulatore né perché abbia usato una mano così pesante su Gerber: il “cattivo” appare e rivela di essere in realtà sempre stato vicino e presente, seppur invisibile agli occhi dell’ipnotista: il romanzo è però in terza persona, quindi il narratore ne era a conoscenza, perché ha deciso di non condividerlo con il lettore? È amico dell’Affabulatore? Sarebbe stato più efficace se fosse stato un romanzo in prima persona, in tal senso. La presenza improvvisa sul finale di Hanna è altrettanto propedeutica a un secondo capitolo, ma può lasciare disorientato chi non ha letto La casa delle Voci e si può domandare chi diavolo sia e a cosa serva questo personaggio, comparso solo nelle ultime pagine.

Già, La casa delle Voci. Ho molti conti in sospeso con quel romanzo, conti che non sono affatto tornati con La casa senza ricordi. Carrisi ha ribadito che questo non sia un sequel, quanto una sorta di romanzo gemello, ma il risultato non cambia, perché ci sono ancora due domande cadute nell’abisso del non senso e non spiegato e che scrivo qui:

  • Perché la Baldi abbandona Gerber alle manipolazioni di Hanna, pur sapendo che ne sarebbe uscito con le ossa rotte, qual è la sua motivazione?
  • Come dannazione faceva Hanna a conoscere le ultime parole pronunciate dal Signor B. prima di morire?

Soprattutto l’ultima mina fondamenta della trama del libro e della sua credibilità. Concludo con un pensiero, ovvero che questo sia un ennesimo caso di pubblicazione rivolta a chi compra a scatola chiusa. Qualcosa di già visto con il libro Rapaci di Giopizzi, che mi sembra un lavoro senza editing alcuno, rivolto a vendere due o tre ristampe ai fan dello youtuber. Mi chiedo: Carrisi è un autore da spremere puntando a pubblicare un libro all’anno infischiandosi della qualità finale e della coerenza di storie che partono sempre bene e che poi naufragano lasciando buchi e domande insoddisfatte?

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