Recensione Rapaci di Giovanni Pizzigoni (Giopizzi) e una riflessione sull’editing

L’ultima lettura del 2021 è stata Rapaci di Giovanni Pizzigoni (meglio noto come Giopizzi) edito da Mondadori, passatomi dall’amico Carlo e sono bastate poche pagine per capire il motivo di questa sua particolare segnalazione: conveniamo infatti entrambi che ci siano forti dubbi sul fatto che si sia eseguito un qualche lavoro di editing. Una mancanza evidente, che risulta ancora più significativa visto l’autore, ma procediamo per gradi.

Rapaci di Giovanni Pizzigoni è un’ucronìa ambientata negli anni ’80 e trova luogo in buona parte nella “Zona Autonoma” ovvero il territorio conteso nelle Alpi Giulie tra l’Italia e Slovenia, Mussolini è stato deposto negli anni ’60 e il paese è guidato dal re-dittatore Savoia con i Pretoriani e i Repubblicani reazionari; la scena geopolitica globale è ben differente da quella che oggi conosciamo. Il romanzo ruota attorno a tre protagonisti, le cui storie si alternano prima di incontrarsi nel finale: c’è il controverso capitano Sforza che guida il contingente italiano nella Zona Autonoma; la studentessa Bianca che si ritrova proprio nel centro del conflitto ad affrontare dure prove e lo sceneggiatore David alla ricerca del fratello perduto e di un po’ di ordine interiore.

Sono solito evitare di addentrarmi nella seconda/terza/quarta di copertina, a maggior ragione per romanzi regalati/prestati, per approcciarmi alla storia senza informazioni preliminari: è un buon modo per saggiare l’abilità dell’autore di costruire subito un modo coerente, solido e popolato da personaggi vivi e distinguibili, rispetto ai quali avvicinarsi o prendere distanze. Non è il caso di Rapaci, che sin dalle prime pagine mette a nudo debolezze che poi porterà dietro fino alla fine, in modo particolare una scrittura difficoltosa con ripetizioni e qualche refuso di troppo, ampie porzioni di capitoli che portano poco o niente (soprattutto per via di una voce narrante che spesso straborda), situazioni un po’ troppo prevedibili, poca costruzione del non detto e dell’implicito e, al contrario, accenni velocissimi a particolari che avrebbero meritato più approfondimento.

Partendo proprio da quest’ultimo punto, il romanzo viene presentato come un thriller fanta-politico e viene allestito un mondo completo e a disposizione, con sue regole, spunti molto interessanti e tutta la libertà di spaziare tipiche di un’ucronìa ovvero una storia con avvenimenti immaginari sostituiti a quelli reali di un determinato periodo o fatto storico, come esempio The Man in the High Castle di Philip K. Dick. La realtà è che tutto ciò che avviene in Rapaci avrebbe potuto benissimo trovare spazio e luogo in un libro d’azione con sfondo fantasy, per esempio sostituendo le nazioni vere e personaggi esistiti con qualcosa di immaginario e il risultato sarebbe rimasto identico.

Troppe domande rimangono infatti insoddisfatte: in questa ucronìa, in che modo preciso è finita la Seconda Guerra Mondiale? Non viene accennato praticamente nulla sui quasi vent’anni di Mussolini al potere dopo il 1945 e fino alla sua destituzione (come è avvenuta, nel dettaglio?). E Hitler? Viene menzionato una sola volta intuendo che sia stato eliminato, ma non c’è altro. Gli Stati Uniti sembrano paesi usciti molto male dalla WW2, tanto che ricevono anche aiuti dall’Europa e hanno dovuto fronteggiare una seconda crisi del debito. Si fa cenno di un’invasione cinese del Giappone, una frase e via, non c’è davvero altro da dire? La vita quotidiana come è cambiata rispetto a quella degli anni ’80 che conosciamo, per esempio anche nelle piccole cose, nei particolari? Potrei proseguire a lungo perché tutto è solo sfiorato, appena accennato da lontano, non ho idea se l’autore abbia creato nella propria mente un quadro molto preciso dell’Italia e del mondo nella sua ucronìa: se sì, ha deciso di non condividerlo con il lettore ed è un grande peccato a livello narrativo. Oltre che una mancanza di rispetto verso chi ha letto la presentazione e vuole leggere un vero romanzo ucronico fantapolitico.

E così ho passato pagine a attendere di sapere di più questo passato diverso, ma niente: c’è stato solo spazio per i personaggi e le loro storie. Se non è un fanta-thriller ucronico vero e proprio è dunque un romanzo introspettivo? Anche in questo caso mi sono ritrovato con l’amaro in bocca perché l’autore ha troppa fretta di esporre tutto, di mettere in chiaro i vari aspetti dei tre protagonisti, col risultato che non ci sono grosse sorprese sul loro cammino, che va esattamente dove ci si immaginava nei primi capitoli. Soprattutto per il capitano Sforza, che mi sembra quello più caro all’autore da come ne scrive: semina buone basi con conflitti interni, ma diventa presto una macchietta e alla fine risulta troppo sbilanciato. La prima debolezza di molti manoscritti che vengono scartati è che i personaggi sono cattivi oppure buoni, il romanzo fa ridere oppure piangere, ma il mondo reale è l’insieme del tutto e un buon romanzo è quello che lascia i personaggi in un umano altalenarsi tra i sentimenti e gli avvenimenti stimolano la varia sfera delle sensazioni del lettore, anche nella stessa pagina. Si nota anche che i personaggi parlino frequentemente in modo simile, con poca caratterizzazione.

Inoltre, c’è lo stile di scrittura di Giopizzi con spesso costruzioni poco lineari delle frasi, qualche refuso di troppo, discordanze singolare/plurale e un vocabolario ripetitivo. Almeno cinque o sei volte si confonde la mascella con la mandibola: è la seconda la parte mobile, che può cadere o serrarsi. Salta subito all’occhio la scelta della virgola prima della congiunzione “e”, che ha senso per esempio per dare stacco in un’azione o per scelte stilistiche particolari alla Baricco, ma qui spesso si trova anche in situazioni consecutive o normali elenchi. Soprattutto, molte volte la virgola invece non c’è e cade la coerenza: o si mette sempre o mai, non “ogni tanto” senza una differenziazione precisa. Altro problema è la voce narrante, che spesso si prende troppo spazio con commenti su ciò che avviene e tende a sovrapporsi ai flussi di coscienza e i pensieri dei personaggi, che sono spesso resi in modo confusionario tra le descrizioni.

Ho un piccolo (grande) rammarico ossia l’occasione sprecata dell’immagine del sangue sulla neve, che è presente sin dalla copertina e che ha un potere visivo e emotivo piuttosto forte: è legata al personaggio del capitano Sforza sin dall’inizio, ma l’autore la spreca utilizzandola anche in altre descrizioni e con altri personaggi. Che peccato: si sarebbe dovuta giocare con più parsimonia, per darne più potenza e piazzarla in momenti intensi e solo lì.

Insomma, ricollegandosi a inizio recensione, la domanda di fondo è: Mondadori ha eseguito un qualche editing su Rapaci? La mia sensazione è che no, non ci sia stato, viste le tante problematiche sia a livello micro come refusi, ripetizioni, verbi e quanto già elencato sia a livello macro per la costruzione del mondo e dei personaggi e per la coerenza col tema scelto. Ho ancora una riflessione che riguarda anche l’autore, ma prima il voto, che – come si può immaginare – è ampiamente insufficiente:

Voto: 3/10

Dopo la copertina, un ultimo punto.

Non conoscevo l’autore Giovanni Pizzigoni: è il noto youtuber Giopizzi, ho guardato un po’ di suoi video e condivido buona parte della sua visione della società e della politica. Mi sembra molto sicuro di sé e ha una buona parlantina (grazie agli studi di recitazione) e uscite simpatiche, anche se ho trovato molti atteggiamenti più adatti a un pubblico di giovanissimi e agli amanti del blastaggio. Questo libro è in realtà il suo secondo: il primo si intitola Carne Sprecata (Poliniani), ma da quanto si legge in giro – qui e qui, per esempio – sembra presentare i problemi succitati in modo ancora più evidente. Eppure, nonostante un debutto così poco entusiasmante ecco il salto a Mondadori con un secondo romanzo dopo nemmeno un anno dal primo.

Giopizzi conta su 440.000 iscritti, che chiama “squadra”, al canale YouTube: è questo il motivo per il quale Mondadori ha pubblicato il romanzo? Non è una novità che le grandi case editrici vadano sul sicuro ultimamente, scegliendo storie/serie ripetitive e puntando su autori senza esperienza ma con grande seguito extra-letterario. Il libro ha infatti molte recensioni estremamente positive ed è anche nelle posizioni alte delle classifiche dei vari rivenditori, quindi missione compiuta per Mondadori. E per l’autore, che pubblicizza la propria creatura con orgoglio in ogni video e occasione? Ho una domanda finale per lui.

Ho letto tanti manoscritti di esordienti, ho partecipato a diversi progetti dietro le quinte: credo che una storia così avrebbe avuto scarsissime possibilità di pubblicazione, perché è ancora troppo grezza, ha enormi parti da tagliare e altri da approfondire. Comprendo le necessità commerciali di Mondadori, ma mi sembra che l’autore desideri molto essere un romanziere: vorrebbe farlo da Giovanni Pizzigoni puntando alla grande platea dei lettori o continuare da youtuber Giopizzi nel giardinetto della propria squadra, dove è rassicurato e protetto?

Pizzigoni ha avuto l’enorme occasione di pubblicare con un grande editore essendo conscio che avrebbe venduto tanto e a scatola chiusa. Qualcosa che è precluso alla quasi totalità degli esordienti, anche a chi merita, ma il cui manoscritto viene spesso cestinato senza essere aperto. Perché pur avendo il privilegio di partire non da zero, ma da sei o sette, non si è avvalso di un editing per strutturare un romanzo in modo approfondito e coerente e consegnare alle stampe un lavoro solido e più fruibile? Non è stato proposto dall’editore o non è stato scelto dall’autore?

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