le notti bianche

Recensione Le notti bianche Fëdor Dostoevskij – un tuffo vertiginoso

Alle scuole medie ho letto mio malgrado molti romanzi che mi hanno annoiato terribilmente, ma le alternative non sono mai mancate: in seconda e in terza, per esempio, saccheggiavo con grande diletto una piccola libreria abbandonata in una stanza e zeppa di volumi semi-distrutti e interessantissimi, da L’oro di Troia di Henrich Schliemann a una mirabile selezione di opere di Konrad Lorenz. Alle superiori ho avuto l’enorme fortuna di incontrare una professoressa di lettere che non smetterò mai di ringraziare e, in più, era già arrivato Internet con le sue risorse sconfinate e, all’epoca, ancora non meglio regolamentate. Di sicuro, avrei apprezzato moltissimo Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij, che ho recuperato con colpevole ritardo.

Trama di Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij in una frase – Un 26enne di San Pietroburgo incontra per caso una giovane ragazza nottetempo salvandola da un ubriaco molesto, i due iniziano a parlare e così continuano per le successive quattro notti e una mattina.

Così breve, così pregno e così vero: è stato un viaggio velocissimo all’interno di un mondo lontano nello spazio e anche nel tempo (la Russia di metà ‘800) eppure così vicino e ancora attuale. Dostoevskij ha scritto questo racconto lungo quando era 27enne e nelle pagine si ritrovano elementi che diventeranno approdi sicuri per il nostro, per esempio un narratore senza nome che apre il rubinetto dei propri pensieri con un flusso spesso ininterrotto. E dialoghi palpabili e vividi, seppur ancorati in modo stabile a un lessico dei tempi che furono (e tradotto, come è naturale che sia). È tutto così pulsante, così sincero: le passeggiate tra i due ragazzi sono due esistenze che si sfiorano, che si illuminano l’un l’altra con una fiammella quasi impercettibile.

Meglio ancora, con il riverbero di un crepuscolo che si estende ben oltre la normale ora in cui ci si corica a letto. Perché ai due non interessa rincasare e quindi non lo fanno: camminano, si raccontano, si scoprono. Lo fanno con una timidezza così intensa da diventare qualche volta paradossalmente sfrontata. E le briglie si sciolgono da una notte bianca all’altra.

Le pagine sono pochissime, eppure così dense. La lettura è più che attuale, perché chiunque può ritrovarsi in alcuni anfratti e sfaccettature dei protagonisti. Nella sensazione di vuoto e di disperazione del narratore, che fatica terribilmente a gestire i propri sentimenti, provati per la prima vera volta dopo anni di giorni tutti uguali. Ma anche nell’incertezza di Nasten’ka, logorata da un’attesa che potrebbe diventare irrisolta e nella possibilità di virare verso un porto tranquillo, anche se non proprio quello desiderato.

I due ragazzi camminano e parlano. Tutto fa presagire a un finale atroce per uno dei due. E così infatti accade: non ci sarebbe stata altra via possibile, non poteva che terminare così. Perché questo romanzo è un vertiginoso tuffo che dura un istante, eppure mentre si precipita si sente lo stomaco che schizza verso l’alto. E alla fine fa anche un po’ male, quando si impatta l’acqua.

Voto: 9/10

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