autobiography of red

Recensione Autobiografia del rosso di Anne Carson – il grosso però

Anne Carson ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 2026 e dato che non avevo mai letto niente della poetessa canadese mi sembrava il momento giusto per colmare questa lacuna imperdonabile. Ho quindi puntato su Autobiografia del rosso, visto che ne ho sentito parlare assai bene da persone che stimo asai. In effetti, mi sono trovato per le mani una storia che mi ha subito incuriosito molto per il suo insolito universo narrativo, per l’ispirazione mitologica e per la prosa formidabile. Senza contare i profondissimi temi trattati e le molteplici allegorie che affiorano. Insomma, un piccolo capolavoro. PERÒ.

Trama di Autobiografia del rosso in una frase – Canada, il giovane mostro rosso alato Gerone incontra e si innamora dell’affascinante Eracle, poi i due si perdono di vista, ma si ritrovano anni più tardi a Buenos Aires in Argentina, tuttavia c’è un terzo incomodo.

L’ispirazione alla base di Autobiography of Red (pubblicato nel 1998) è la Geroneide di Stesicoro (si recupera qui) e il mito greco di Eracle e Gerione. Rimangono i nomi, rimangono dettagli e accenni, ma le differenze di questa rivisitazione moderna sono molteplici e predominanti a partire dallo stesso mostro rosso, che nel romanzo di Anne Carson è più parco di deformità, limitandosi a un paio di ali tenute sempre ben nascoste e a un colorito scarlatto acceso. La struttura di questa opera è labirintica, miscela punti di vista e stili differenti variando dal breve saggio della prefazione alla prosa in versi fino a una narrativa più tradizionale. Non è quindi un caso che Autobiografia del Rosso sia stato accostato all’architettura, perché – come dice la stessa Carson in un’intervista a The Paris Review, “Penso che il libro sia come un’architettura perché il poema, il poema antico originale che davvero esiste, è nel centro. […] esistono modi di spostarsi dentro e fuori una stanza dalle altre stanze nell’edificio, ma quello che voglio mostrare davvero sono scorci della stanza principale al centro“.

All’inizio si può rimanere spaesati, che cosa si sta leggendo? Una non-traduzione dei frammenti di Stesicoro? L’espediente è proprio quello di prendere per mano il lettore e portarlo verso sentieri inaspettati: i personaggi epici, immaginati secoli a.C. che vivono in un mondo simil-moderno. I loro destini, sigillati dai poemi greci, prendono nuove manifestazioni, eppure rimangono in qualche modo aderenti. Quando ci è accomodati in questa dimensione, tutto cambia di nuovo. Si passa infatti alle tre appendici A, B e C, con un linguaggio molto rigoroso che trova il suo apice nei vari condizionali che chiudono la sezione con Se… allora, Se… no. Successivamente, ecco A Romance, ovvero la sezione di narrativa più tradizionale. Quando la storia salta gli anni e si sposta in Perù, arrivano anche le descrizioni delle foto e il finale con l’intervista tra I e S (Intervistatore e Stesicoro?) in cui le tematiche diventano ancora più enigmatiche.

Un romanzo poliedrico, multiforme, raffinato, estremamente stratificato, Autobiografia del rosso è un viaggio a perdifiato in cui si è continuamente travolti e non si può che ritrovarsi spesso durante la lettura addirittura ad annuire per la maestria dell’autrice. Eppure c’è un grosso però che non posso cancellare. Perché in tutto questo fuoco ribollente mi sono trovato spesso ad annoiarmi: è sicuramente una mia mancanza, un’ingratitudine inaccettabile nei confronti di un Premio nobel, ma questo ho provato più e più volte. Per poche pagine, per pochi istanti, ma è successo.

Voto: 6/10

Mi genufletto timorato davanti a Autobiografia del rosso, lo elevo a un’opera letteraria che rimarrà nei secoli, però la noia non me l’ha fatto godere appieno come per tanti altri lettori. Chiedo perdono e mi cospargo il capo di cenere.

Postilla: consiglio vivamente la lettura dell’interessantissima tesi “Autobiografia del rosso”: Anne Carson e il riuso del classico di Alice Pagliaro dell’Università di Padova

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