Recensione Il dio dei boschi di Liz Moore (e come gestire molteplici personaggi e piani temporali)

La recensione de Il dio dei boschiThe God of the Woods di Liz Moore è una giusta scusa per parlare di due temi cruciali nel mondo della scrittura, uno più prettamente letterario e l’altro un po’ borderline (o forse no). Da un lato, la gestione dell’abbondanza di personaggi e piani temporali in un romanzo. Dall’altro, l’importanza campale di abbinare luci e ombre, senza paura. Ho letto la versione originale in inglese, ma debbo segnalare che in quella italiana edita da NNE Editore è ospitata un’interessantissima appendice curata della traduttrice Ada Arduini.

Trama de Il dio dei boschi in un paragrafo – 1975, che fine ha fatto l’adolescente ribelle Barbara Van Laar, sparita nel nulla durante il campo estivo organizzato presso l’immenso terreno di famiglia nelle zone più remote dei monti Adirondack? E come la sua sparizione è legata a quella del fratello Bear nel 1961?

Se non ho sbagliato a contare, sono sette i punti di vista differenti che vengono utilizzati per raccontare le vicende de Il dio dei boschi, con voci narranti che si passano la palla attraverso il tempo e lo spazio, tra i primi eventi del 1961 con la sparizione di Bear e il 1975 con quella della sorella Barbara. In mezzo a questo rimbalzo di anni e nomi, si dipana la controversa e complicata epopea famigliare dei ricchissimi Van Laar – che si sono ricostruiti nel mezzo del nulla una abnorme baita svizzera originale – dei loro spiacevolissimi amici e compari di affari, ma anche degli Hewitt che si prendono cura della magione e del suo sconfinato territorio circostante. E così via con i vari locals che vengono più o meno profondamente implicati negli avvenimenti, poliziotti, detective, autorità varie e i giovani ospiti del campo estivo. Un fiume di personaggi, divisi in due grossi blocchi tra presente e passato, con poche intersezioni e una transizione temporale che muta gli abitanti del libro, trasformandoli di fatto in altre entità con esperienze, traumi, delusioni e segreti.

Insomma, mi è capitato ogni tanto di fermarmi e pensare: chi diavolo è questo qui, come è imparentato o comunque legato con questo e quest’altro? Per fortuna, Liz Moore è un’abile narratrice e ha il grosso pregio di saper caratterizzare in modo coerente i suoi personaggi, che hanno tutti una storia personale solida, una voce realistica e peculiarità che non disorientano (troppo) il lettore. Serve un po’ di impegno soprattutto nella prima parte, ma è possibile orientarsi nella mole di nomi. Certo, capitoli meno frammentati avrebbero aiutato di più: spesso sono brevissimi e saltano fastidiosamente da un decennio all’altro spezzando momenti interessanti o significativi, che poi vengono anche ripresi in seguito, ma con un’efficacia secondo me minore. Anche perché si deve rifare mente locale e ripensare a cosa si era letto poco prima.

Dopo circa una ventina di pagine mi è affiorato il sospetto che la storia fosse stata concepita già per essere trasposta in serie tv ed è bastata una rapidissima ricerca su Google per ottenere una conferma in pochi secondi (su Netflix, per la cronaca). In effetti, la sensazione di romanzo in funzione dello sbarco sullo schermo di casa mi ha accompagnato per tutta la lettura. Eppure, in questo turbinio di eventi, colpi di scena, ribaltamenti e scoperte, credo ci sia almeno un buon quinto di libro troppo interlocutorio, che avrebbe potuto benissimo essere tranciato dalle forbici dell’editing senza perdite esagerate. O, in alternativa, condensato in poche pagine.

Potrà sembrare che la recensione stia virando verso un giudizio negativo, ma al contrario è stato un romanzo che mi ha soddisfatto parecchio, mi ha sempre stuzzicato la curiosità e ne ho sentito la mancanza quando non ho potuto proseguire per stanchezza o per mancanza di tempo. Ho apprezzato in modo particolare la piena esplorazione delle luci e delle ombre dei personaggi, che sono vivi e guizzanti proprio perché possono compiere gesti lodevoli e anche atrocità o cattiverie gratuite. Sono umani e sono credibili. Può sembrare qualcosa di scontato, ma molti autori best-seller hanno come paura di sporcare le proprie creature, col risultato di trasformarle in macchiette e/o figurine leggere-leggere.

Voto: 8/10

Ho trovato la fine coerente col resto della storia, con le ultime righe che rimandano peraltro anche all’eccellente titolo. Ovviamente non scendo in spoiler di sorta, sarebbe un peccato imperdonabile: una lettura consigliata.

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