Recensione L’uomo che restò solo sulla Terra di G.G. Simpson

Era il 15 gennaio del 1994 a Colombo nello Sri Lanka quando Arthur G. Clarke – autore, tra gli altri lavori, anche di 2001: Odissea nello spazio – stava già allungando quasi meccanicamente la mano verso la pila di fogli prestampati con la breve risposta di rifiuto da allegare all’ennesimo dattiloscritto non presentato. Ma si soffermò sul nome dell’autore ovvero George Gaylord Simpson, tra i più importanti paleontologi di sempre e all’epoca già defunto, e anche su quello di chi aveva già preparato la postfazione, Stephen Jay Gould, pluripremiato biologo, zoologo, paleontologo e storico della scienza. Scoprì, così, che quello scritto di appena 25000 parole circa non era alla ricerca di una raccomandazione per la pubblicazione, ma si chiedeva a Clarke di occuparsi dell’introduzione. Accolse l’invito per partecipare a un’opera non così conosciuta, ma che merita le circa due ore che richiede per leggerla tutta.

L’uomo che restò solo sulla Terra – titolo originale The Dechronization of Sam Magruder – è un breve romanzo che non nasconde l’ispirazione alla Macchina del Tempo di H.G. Wells sia per la costruzione sia per l’uso di nomi stereotipati per i personaggi, come Lo Storico Universale, il Pragmatista o l’Uomo comune. La trama è semplice quanto intrigante: il 29 febbraio 2162 lo scienziato e cronologo Sam Magruder scompare all’improvviso mentre sta conducendo inediti esperimenti di teoria quantistica, catapultandosi suo malgrado 80 milioni di anni prima, nel Cretaceo popolato dai dinosauri, in un ambiente ostile e spesso ben differente dalle aspettative, nel quale deve sopravvivere ogni ora di ogni giorno scoprendo quanto siano spesso inutili le conoscenze acquisite nel 22esimo secolo dal quale proviene. Soprattutto, si trova a combattere con la poderosa solitudine di essere l’unico essere umano sull’intero pianeta.

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Non è necessario essere appassionati di paleontologia né di fisica quantistica per apprezzare un romanzo scritto da un eminente scienziato come Simpson, perché ci si trova subito vicini a quest’uomo scaraventato in un’epoca che ha solo studiato e che ora invece è tutta intorno, terrorizzandolo e al contempo affascinandolo. La storia non ha picchi di originalità, non va troppo nella profondità che forse avrebbe potuto esplorare visto il mondo narrativo creato, in generale scivola via un po’ troppo veloce; di certo è un po’ troppo generoso lo strillo che sia “Il miglior racconto del genere dopo La macchina del tempo di Wells”, tuttavia mi ha lasciato riflessioni e ha stimolato gagliarde suggestioni. Per quanto mi riguarda, l’immagine più intensa è stata quella della necessità di lasciare ai posteri qualcosa di questa stramba esperienza, qui rappresentata dalle tavole che vengono sepolte scientificamente in modo tale da sopravvivere ai milioni di anni successivi.

copertina l'uomo che restò solo sulla terra di george gaylord simpson

La fine de L’uomo che restò solo sulla Terra è rapida e drammatica, l’ho trovata coerente con una storia – nata in origine come divertissement non certo per la pubblicazione – che in sé forse non sarebbe arrivata a poco più della sufficienza, ma grazie agli interessanti saggi dell’introduzione di Clarke e, in modo particolare, della postfazione di Gould merita un

voto: 7/10

C’è un errore piuttosto evidente nella quarta di copertina dell’edizione Superbur Narrativa (Rizzoli) del 1999, non so se sia stato corretto nelle eventuali ristampe. Si dice infatti che Magruder scompaia il 30 febbraio del 2162, in realtà quella è la data di pubblicazione dell’articolo riportato nella storia e che informa che lo scienziato “è scomparso ieri”. La data del 29 febbraio viene riportata peraltro anche a pagina 56, mentre a pagina 64 si riporta di un appuntamento dal dentista programmato il giorno successivo alla scomparsa, ovvero, appunto, il 30 febbraio.

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