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Recensione Vedove di Camus di Elena Rui (e sulla cautela)

Dato che ogni anno leggo e recensisco l’appena annunciato vincitore del Premio Strega e che nel 2026 mi era capitato di averlo già trattato qualche mese prima, ho scelto di dedicarmi a uno dei finalisti. Della rosa, la proposta che mi aveva incuriosito di più era senza dubbio Vedove di Camus di Elena Rui, pubblicato da L’Orma. Terminata la lettura, non posso che confermare le buone sensazioni della vigilia, anche se rimane qualche voglia insoddisfatta.

Trama di Vedove di Camus in una frase – Albert Camus muore tragicamente in un incidente stradale su una Facel Vega pilotata dal suo stesso editore Michel Gallimard (che spirerà qualche giorno dopo) lasciando vedove le quattro donne della sua vita. Che lo raccontano.

Ho scelto questo romanzo perché volevo approfondire sulla vita privata di Albert Camus, che in tutta onestà ignoravo in larga parte. E quale modo migliore di scandagliare l’intimità di uno dei mostri sacri della letteratura francese (e non solo) se non il punto di vista delle donne che ha amato, in tutte le sfumature possibili. Quattro pilastri della sua esistenza: certo la moglie Francine Faure, ma anche l’attrice Catherine Sellers, la pittrice Mette Ivers e “L’Unica” Maria Casarès.

Il così improvviso e angosciante lutto ha privato la scena mondiale di una delle menti più poliedriche, fertili e impegnate, creando un vuoto profondo che si è subito riempito degli inevitabili rimpianti sui lavori prestigiosi che avrebbe potuto ancora offrire e sugli eventi del mondo che avrebbe potuto raccontare e analizzare. Eppure, questo romanzo non guarda da lontano l’evento con discorsi sui massimi sistemi, si avvicina fino a cercare di toccare il corpo ancora caldo dell’uomo Camus, mettendo a fuoco la tragedia di un’esistenza tranciata nel pieno della sua maturità in divenire, a soli 46 anni.

Ci riesce? In parte sì. Le quattro parti, una per ciascuna vedova, cambiano stile e passo, eppure ho sempre avuto la sensazione che ci si potesse spingere un po’ oltre, che si potesse osare un po’ di più. Molti approcci e molte esternazioni (riportate e, credo, immaginate) virano verso la cautela, sfiorando i mondi interiori – delle vedove e del defunto Premio Nobel per la Letteratura – che potevano essere un po’ più esplorati. Forse, anche un po’ più sporcati. Essere delicati, rimanere abbondantemente entro i bordi, è una dote importante nella vita, ma non in un romanzo con presupposti come questo.

Ultimo, ma non per importanza, un plauso all’autrice per la prosa e la scrittura, molto piacevoli e eleganti.

Voto: 7/10

Avevo apprezzato il cinismo, l’estrema dilatazione temporale e le parti divertenti de I convitati di pietra di Michele Mari, poi vincitore del Premio Strega 2026. Non è certo un capolavoro, ma lo considero tutt’ora più meritevole del premio rispetto a Vedove di Camus, almeno per quanto riguarda i miei gusti.

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