Prosegue l’esplorazione dei casi letterari giapponesi con Gli ultimi sei, scritto da Akinari Asakura e tradotto da Federica Lippi in italiano per Feltrinelli. Segnalato in bella mostra sul sito ufficiale dell’editore, questo romanzo gravita attorno a un’idea di partenza molto solida e molto semplice. Il passo è quello del mystery thriller nipponico, con tanti indizi da raccogliere per arrivare a una soluzione finale, ma la traccia sotterranea è molto profonda.
Trama de Gli ultimi sei in un paragrafo – Sei laureandi si devono mettere d’accordo per scegliere chi tra loro debba essere assunto presso la prestigiosa azienda Spiralinks, hanno due ore e mezza di tempo rinchiusi come in un conclave (ma osservati per bene) in una sala riunioni. Ovviamente, andrà tutto a scatafascio.
Anche chi non è mai stato in Giappone ha almeno sentito parlare di quanto sia spesso insostenibile la pressione sociale che opprime i suoi abitanti. Al di là degli stucchevoli post con gli occhi a cuoricino dei viaggiatori di una settimana-massimo-due a Tokyo e dintorni, il paese del Sol Levante non è quel paradiso che si pensa, a meno di non essere soltanto dei turisti. Famiglia, lavoro, parenti, colleghi: tutto è avviluppato in modo molto stretto attorno al concetto di giudizio altrui su qualsiasi cosa si faccia o si pensi o si mostri. E quale maggiore fardello potrebbe mai essere quello di dover giudicare gli altri per lavoro, percependo tutta la gravità abnorme del dover decidere sul futuro professionale di giovani vite, che ancora conservano un minimo fuoco di entusiasmo?
La prima parte di questo romanzo ha come protagonista e voce narrante Shōgo Hatano, che racconta di come è arrivato alla selezione finale per l’ambito posto alla Spiralinks e di come rimanga poi incastrato nella trappola del colloquio finale che altro non è che una sorta di reality in tempo reale dove i candidati devono scegliere a chi assegnare l’unico posto. E se i sei ragazzi partono con i migliori intenti, fanno squadra, decidono comunque di giocarsi le proprie carte con onore e rispetto, tutto cambia quando appare una busta in un angolo della stanza. Qualcosa che cambierà tutto. Non sto qui a farvi spoiler: il ritmo è molto serrato e invoglia assai ad andare avanti. Al netto di un dettaglio che merita una sezione dopo la copertina.
La seconda parte sposta il punto di vista su un altro personaggio che rimescolerà tutte le carte in tavola e porterà a ricostruire cosa diavolo sia successo in quella stanza, per colpa (o merito?) di chi. Non è certo un’idea del tutto inedita e la mente è subito andata a numerosi esempi di narrativa affine. Ma il risultato finale è più che godibile, è un romanzo che si fa leggere con curiosità e spinge a mettere da parte preconcetti e abitudini italiane per calarsi nella mentalità giapponese, che funziona in modo molto diverso dalla nostra.
Voto: 7/10
Una lettura consigliata, insomma, perché al di là del discorso fondamentale sul giudizio e sulla pressione sociale, rimane emblematica la riflessione universale sulla gravità delle scelte in età ancora non così matura e su come il potere di scelta sul futuro di un altro individuo ricada spesso nelle mani di chi non ne fa un uso poi così oculato. Anche perché se è vero che si dovrebbe cercare di separare l’arte dall’artista, allora è più che vero che si deve separare anche tutto il resto della vita al di là delle proprie competenze da amici, colleghi, famigliari e conoscenti. Compito complicatissimo, essendo molto nebulose le linee di confine.

Un dettaglio spoiler
Se non si è letto ancora il romanzo è meglio fermarsi subito.
Per tutti gli altri, non mi ha del tutto convinto il fatto che si dia per scontato, quasi come un assioma il fatto che la busta con le lettere sul passato compromettente dei candidati sia stato messo sembra ombra di dubbio da uno dei sei. L’ho trovata una forzatura, che di certo non inficia tutta la lettura, ma che poteva essere una verità rinforzata diversamente dall’autore, che in questo caso chiede troppa accondiscendenza da parte del lettore.