Doveva intitolarsi in modo coerente all’originale Una lunga domenica di fidanzamento da Un long dimanche de fiançailles invece in italiano è stato tradotto in Una lunga domenica di passioni, che mi pare davvero un po’ stucchevole. Gran peccato, ma poco importa, perché non cambia la sostanza di un romanzo meraviglioso, crudele, insolito nel mescolare generi e con un finale molto potente. L’autore è il francese Sébastien Japrisot – di origini italiane, il suo vero nome era Jean-Baptiste Rossi – da noi si trova ormai solo nei mercatini. E infatti proprio in un mercatino l’ho recuperato con grande gioia.
Trama de Una lunga domenica di passioni in una frase – La Grande Guerra è finita e Mathilde non crede alla storia che il fidanzato Manech sia morto e così parte per un’avventura disperata per ritrovarlo.
Recuperare storie che raccontano della Prima Guerra Mondiale è indubbiamente meno agevole rispetto a quelle basate sulla Seconda, soprattutto nel 2026. Avevo ormai da anni in lista letture Un long dimanche de fiançailles e l’occasione è capitata dopo averlo ritrovato – in ben due copie! – in un mercatino dell’usato. L’incipit è potente e estremamente efficace per entrare subito nella dimensione e nell’atmosfera della storia: ci si sente nella trincea francese così fangosa e gelata, con lo stomaco vuoto e lo sconforto ancora più forte della paura. Ed ecco che vicino passano a marcia lenta i soldati mandati a morire dal loro stesso esercito dopo l’accusa di automutilazione per tornare a casa prima del tempo. “Il filo!“. Attenti al filo, bisogna fare attenzione.
Ogni disperato ha la propria storia, il proprio universo-vita che sembra ormai lontanissimo: famiglie, amori, intrighi vari, malefatte, tutto pare appartenere ad altre persone e ad altri tempi. C’è anche Manech, anche se di lui rimane un corpo che si trascina stancamente: cosa c’è ancora di quella mente, di quei sentimenti e di quelle memorie? I poveracci vengono buttati oltre la trincea, niente fucilazione, ci penseranno i crucchi dall’altra parte a farli fuori oppure il freddo, la fame e la sete.
Quello è però il tempo del passato, perché il tempo del presente della storia ha come protagonista Mathilde, che vuole a tutti i costi capire cosa sia successo nella trincea di Bingo Crepuscolo, sempre che sia quello il vero nome (spoiler: non è quello). Mathilde non crede che Manech sia morto e così ricostruisce quella lunghissima giornata e tutto ciò che l’ha preceduta.
È particolarmente apprezzabile la costruzione dell’elaborato intreccio, che mescola passato e presente dei vari personaggi: funziona esattamente come un noir, solo che non c’è un killer da smascherare ma il destino del fidanzato perduto da ricostruire. Ci sono parti divertenti, ci sono parti drammatiche, spesso a poche righe di distanza. È sicuramente un romanzo da leggere, non posso che dare il massimo dei voti.
Voto: 10/10
La speranza è il tema principale di questo romanzo, anzi la speranza giovane. Tutto ciò che Mathilde fa e pensa è possibile perché è una ragazza. Certo, una ragazza cresciuta durante la Grande Guerra, ma pur sempre ancora animata da un fuoco caldissimo che – più o meno – tutti abbiamo negli anni più verdi. E che poi si affievolisce, si modula, a volte si perde. Non stupisce infatti come gli adulti attorno a Mathilde considerino la sua missione una perdita di tempo, la compatiscono anche, provano pena per lei. Ma la ragazza tira dritto finché ottiene una risposta, forse non quella che spera, ma comunque una risposta.
Girata l’ultima pagina ho rivisto anche il film, in lingua originale, diretto da Jean-Pierre Jeunet nel 2004 con protagonista Audrey Tautou (che già gli aveva fatto da Amélie) e il compianto Gaspard Ulliel, scomparso in un incidente sugli sci pochi anni fa. Oltre agli altri attori feticcio di Jeunet ci sono anche Jodie Foster, che parla un francese impeccabile, e Marion Cotillard. A proposito di quest’ultima, il suo personaggio di Tina Lombardi riveste un ruolo ancora più ampio e importante nel romanzo rispetto al libro e stesso dicasi anche per Celestine Poux. Non è l’unica differenza emersa con l’adattamento cinematografico, che infatti ha cambiato moltissimi dettagli. Tra le variazioni: i genitori morti invece che vivi, lo stato sociale di Mathilde, il suo essere piuttosto stanziale invece che itinerante per il mondo in cerca di cure, la sua stessa patologia. E la fine, che è completamente diversa dal libro al film, ma il rumore di fondo resta, intensissimo.