Sono arrivato a pagina 44 di L’estate che ho ucciso mio nonno di Giulia Lombezzi (Bollati Boringhieri) e mi sono domandato come diavolo sarebbe proseguito, cosa avrebbe alla fine raccontato, come avrebbe sostenuto l’impalcatura fino a quel momento costruita. Ammetto di aver terminato la lettura piuttosto soddisfatto: è un romanzo fresco, attuale, ben bilanciato, con personaggi di carne e sangue ed è scritto molto bene. Ecco, è scritto molto bene e paradossalmente è proprio questo dettaglio non da poco che mi ha attanagliato per tutto il tempo.
Trama di L’estate che ho ucciso mio nonno in una frase – Alice racconta con la propria viva voce lo stravolgimento della propria esistenza e di quella della madre Marta dopo l’arrivo del nonno Andrea in casa.
L’estate che ho ucciso mio nonno è uno dei romanzi più citati degli ultimi mesi e non è difficile rimanere attratti dalla combinazione vincente di titolo+copertina quando si scorre tra le varie proposte nelle librerie. Il tema di partenza della storia è condiviso con una buona fetta di famiglia non solo italiane ovvero l’incombenza di prendersi cura di un parente stretto, di solito un genitore, ormai non più autosufficiente, con tutte le aggravanti dell’età anche a livello comportamentale. Un’evenienza che richiama a sé sentimenti primordiali come la volontà di restituire un po’ di quel che le generazioni precedenti hanno concesso, ma anche il vivere tutto questo come un obbligo soffocante, soprattutto se chi si deve accudire non è certo stato un punto di riferimento amorevole.
Il sollievo di pensare alla morte dell’assistito è un pensiero molto più comune di quanto si possa immaginare ed è tutt’altro che condannabile, ma di solito si tiene nascosto per vergogna e sensi di colpa. Gli anziani ritornano a essere come i bambini – dall’assenza di barriere tra pensiero e parole ai pannoloni – con la differenza del carico di memorie (incluse quelle dolorose), dei traumi e dei non-detti in decenni e decenni di vita condivisa oppure sospesa. Riguardo questo romanzo, ho quindi apprezzato moltissimo il lavoro di costruzione dei personaggi da parte dell’autrice, che non si è affatto tirata indietro a dipingere personalità vere e pulsanti, che non giustificano comportamenti deprecabili e che non hanno nessun interesse a richiamare empatia forzata.
Ho trovato piuttosto detestabile la protagonista Alice e lo dico in senso positivo per l’economia della storia, mentre credo sia la madre Marta il vero fulcro del tutto e non solo in quanto anello di collegamento tra la storia del papà Andrea giovane e arrembante e quello ora vecchio e insopportabile. Ho assai gradito come l’autrice abbia posto l’accento su come eventi del passato possano del tutto mutare e prendere vie traverse a seconda di chi li racconta (e come, in fondo, ciò che accade può essere sul serio diverso a seconda dei punti di vista). È vero che non ci deve sempre essere una via di uscita per tutto, una soluzione a tutti i problemi: ogni tanto è inevitabile imparare a convivere con gli elefanti nelle stanze.
Detto tutto questo, c’era qualcosa che non mi tornava sin dalle prime pagine e solo alla fine ha preso sostanza e definizione: il linguaggio della voce narrante. Che è quella di Alice, una 17enne con background e passioni ben delineate nel corso delle pagine. Eppure, pur in realtà comportandosi a mio avviso più da 13/14enne, Alice descrive il mondo in modo molto adulto, maturo e consapevole, snocciola pensieri sulla vita e sulle persone che ho trovato incoerenti con il personaggio, utilizza metafore e riferimenti che mi sembrano più vicini a una voce di ben oltre i 30 anni di età. Essendo la storia scritta al presente, non si può nemmeno giustificare con il fatto che sia una Alice già grande a raccontare.
Voto: 7
Giulia Lombezzi scrive davvero molto bene, sa bilanciare in modo consapevole momenti divertenti con altri più gravi, è insomma una narratrice di grande talento. Ho però percepito come Alice lasci spesso spazio all’autrice, cambiando registro, riferimenti e esperienza e tutto ciò mi staccava ogni volta dalla lettura. Questa mi pare l’unica vera mancanza di un romanzo più che consigliabile.
Romanzo potente, voce viva ma a volte il personaggio adolescente sembra più maturo del suo vissuto.
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