Il coraggio di creare un vero personaggio – Stoner di John Edward Williams

Il grande problema di molti autori è quello di avere paura di creare un personaggio vero e autentico, che non sia sempre per forza affascinante e puro, ma che sia anche in grado di compiere azioni deplorevoli e che risulti persino detestabile. Al contrario, è ormai prassi confezionare un protagonista che sia di bell’aspetto, acculturato, carico di charme e con una parte di oscurità ben protetta da scuse varie (infanzia disagiata, traumi devastanti, ecc…). Qualcosa che mette una noia terrificante solo a immaginarlo, ma per fortuna ci sono esempi in letteratura che mostrano come si possa apprezzare molto un romanzo con un protagonista che innervosisce dalla prima all’ultima pagina, che si vuole quasi scuotere e strattonare, che annoia anche: mi sto riferendo a Stoner di John Edward Williams.

Questa non sarà una recensione classica, perché mi soffermerò sulla sua vera potenza ovvero la creazione del personaggio di Stoner, anche perché questo romanzo coincide proprio con il suo protagonista, è una storia molto semplice e lineare, un’intera vita dalla nascita alla morte prendendosi il coraggio gigantesco di non dover piacere per forza al lettore.

Riassunto di Stoner in un paragrafo – William Stoner nasce nella desolazione del Missouri rurale, viene spedito a studiare agronomia all’università statale e si innamora della letteratura tanto da diventare poi professore. Tutta la sua vita è un ristagno: nel matrimonio con una donna problematica che non ama, nell’altalenante rapporto con una figlia, nell’impetuoso innamoramento con una giovane studentessa, fino alla malattia che lo porta via.

Da molti questo è stato definito addirittura come “perfetto” e ne comprendo le ragioni anche se per quanto mi riguarda non è così (*). Tornando sul personaggio, mentre leggevo Stoner avrei voluto entrare fisicamente nella storia, prenderlo per la collottola e spingerlo a prendere una maledetta decisione. La sua passività è angosciante perché subisce tutti e tutto ciò che gli capita da quando è nato a quando muore: è un inetto, “un uomo che non vale niente”, citando il vate Mario Brega. Eppure.

Eppure si sbaglia a considerarlo un totale fallito, perché trova la sua stella polare che è la letteratura tanto da farne il proprio lavoro, qualcosa di non così scontato. Perché comprende che cos’è il sentimento più puro ovvero quello per la figlia, anche se non è in grado di gestirlo e gli scivola via. Perché, seppur poi lo perda, conosce l’amore passionale per Katherine (le pagine dell’addio sono suggestive e potenti).

Insomma, Willy è la dimostrazione che si può creare un personaggio che funziona prendendo una persona che non è in grado di far funzionare niente, un Re Mida al contrario. John Edward Williams è stato tanto coraggioso quanto anche (narrativamente) molto furbo dato che con un personaggio così disastroso riesce a richiamare l’animo crocerossino nascosto anche dentro il lettore più distaccato. Perché chiunque può ritrovarsi in uno dei tanti disastri umani che gli capitano senza sosta: ed è quando ci si immedesima che si entra pienamente nella storia. Una formidabile spiegazione di come creare un personaggio, partendo da un estremo che – in quanto tale – non può essere certo replicato, ma che dovrebbe spingere molti romanzieri a prendersi coraggio, anche mostri sacri come Stephen King che creano killer professionisti che fanno fuori solo i cattivoni.

Voto: 7/10

(*) Credo che buona parte dei lettori moderni si sia approcciata a questa lettura con un forte hype dovuto all’abile campagna marketing che ha accompagnato la seconda vita del romanzo e all’essere già predisposti a trovarsi dentro un capolavoro riscoperto. Non credo che Stoner sia il romanzo perfetto perché ho trovato molto debole la prima parte della storia, come lessico molto piano e come esposizione dei fatti, ci vuole impegno per rimanere aderenti senza preconcetti positivi e senza il carico di aspettative tipo “Aspetta, che poi vedrai”.

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