Recensione Labirinti di Franck Thilliez: c’è solo da imparare

Per fortuna c’è sempre un thriller del buon Franck Thilliez, quando serve riconciliarsi con questo genere letterario così-popolare-così-bistrattato, in modo particolare da molti autori italiani. Con Labirinti si completa il trittico composto dai precedenti romanzi Il Manoscritto e C’era due volte, tirando le fila, non dimenticandosi niente per strada e proponendo un lavoro maturo e solido. Chiunque ami i thriller, o voglia scriverne uno, Thilliez è la lettura più consigliata.

Trama di Labirinti di Franck Thilliez in un paragrafo – l’incredibile storia di una donna che ha perso la memoria dopo un traumatico avvenimento, a raccontarla è uno psichiatra a una giovane poliziotta: tante verità, vicoli ciechi, altre donne che entreranno nei meandri della trama, fino a una quinta figura risolutrice finale.

Come per ogni romanzo dell’ottimo Franck è quasi un peccato mortale raccontare troppo, perché già la seconda o terza di copertina dicono più del dovuto. Questo perché nei thriller dell’autore francese bisogna lasciarsi andare e farsi guidare: Thilliez ci riesce molto bene perché le sue storie hanno vari gradi di profondità, sono costruite in modo egregio con piena consapevolezza di cosa è già avvenuto e cosa succederà. Di più: come nei due precedenti, i punti di comunicazione sono numerosi e continui, confermando il robusto piano a lungo termine, architettato con cura negli anni. A differenza di Carrisi, giusto per fare l’esempio più eclatante, Thilliez ha sempre in mano le redini del romanzo e dei personaggi, non naviga a vista e a guadagnarne è la coerenza, non c’è bisogno di sfociare nel paranormale per uscire dal fango nel quale ci si è impantanati né di lasciare finali frettolosi e fragilissimi, perché non si ha la minima idea di come terminare il proprio lavoro.

Voto: 8/10

Non voglio indugiare oltre, leggete questo thriller e apprezzatelo appieno, è pubblicato da Fazi Editore ed è ben tradotto da Federica Angelini. Se potete, fatelo dopo aver letto in sequenza Il Manoscritto e poi C’era due volte, ma non è una condizione imprescindibile. Se proprio dovessi trovare una nota dolente, dei tre romanzi questo è quello che mi ha appagato, sì, ma qualche goccia di meno degli altri. Sto ancora cercando di capire il perché, forse ci sono due o tre parti un po’ interlocutorie che mi hanno staccato dalla lettura, appena dopo il roboante inizio. Ma forse è meglio così, anche Thilliez non è perfetto.

Lascia un commento