Come d’aria, la recensione senza misericordia del Premio Strega 2023

Ero conscio che la recensione di Come d’aria di Ada D’Adamo sarebbe stata molto complicata e i motivi sono principalmente due, ovvero la debordante quantità di dolore impressa in ognuna delle 144 pagine del memoir e, soprattutto, la tragica scomparsa dell’autrice, circa tre mesi prima dell’annuncio della vittoria del Premio Strega 2023, che inevitabilmente può influire in modo preponderante sul giudizio di un’opera del genere. Per questo motivo cercherò invece di rimanere aderente al lavoro, perché credo che sia più rispettosi essere sinceri invece che ampollosamente misericordiosi.

Trama di Come d’aria in un paragrafo – In un’alternarsi tra presente e passato, Ada scrive rivolgendosi alla figlia Daria raccontandole la propria vita prima e soprattutto dopo la sua nascita, con la scoperta della gravissima malformazione congenita non diagnosticata, la sfida quotidiana di prendersi cura di un disabile totale e quindi la scoperta del tumore alla soglia dei 50 anni.

Pubblicato dopo una lunghissima gestazione lo scorso gennaio, Come d’aria è entrato nella rosa dei finalisti dello Strega poco prima della morte dell’autrice, per poi trionfare lo scorso luglio, dopo aver primeggiato anche nello Strega Off e Strega Giovani, così come nel Premio Internazionale Flaiano Speciale di Narrativa 2023, nel Premio Letterario Internazionale Mondello nella sezione Opera Italiana e aver ottenuto la Menzione Speciale del Premio Campiello. Un tripudio di riconoscimenti, che lascerebbe presagire un capolavoro ineccepibile. Oppure l’inevitabile conseguenza del racconto vero di una storia già di per sé estremamente drammatica e angosciante, diventata ancora più dolorosa dalla scomparsa dell’autrice. Qualcosa che di fatto mette a repentaglio ogni qualsiasi senso di competizione, che sulla carta dovrebbe essere alla base di un concorso letterario.

Non ho trovato che Come d’aria sia un capolavoro: i precedenti vincitori ovvero Spatriati, uno dei libri peggiori che io abbia letto in vita mia, e l’ottimo Due vite, sono lavori più bilanciati nella scrittura, più omogenei e coerenti nel loro cammino nei capitoli, mentre la D’Adamo ogni tanto si è concessa qualche uscita un po’ forzata e non necessaria oppure si è ritirata in un tono molto didascalico. La possibile spiegazione: è un memoir, è vita vera, è scrittura durante tutti questi drammi insopportabili. Vero, ma sono tutte concessioni, è misericordia.

Credo che sia impossibile non provare pena e commozione continua per la povera Ada D’Adamo leggendo il suo memoir, perché è una costante stratificazione di dolore e tragedie, di accanimento degli eventi, di lotta impari contro le mancanze della società e delle istituzioni. C’è chi dice che “l’amore di Ada verso Daria è di quelli che ci mostrano l’esistenza di Dio, un’esistenza in cui l’amore e la sofferenza, l’eternità e la morte sono tutt’uno“. Mi trovo nella posizione opposta: se proprio vogliamo utilizzarlo come una “dimostrazione”, per quanto mi riguarda decreterebbe al contrario l’assenza di un’entità superiore, o almeno lo spero, visto che altrimenti questa entità sarebbe tutt’altro che benigna. E cortesemente lasciamo perdere spiegazioni tipicamente cattoliche di giustificazione della sofferenza e del sacrificio.

Questo perché ciò che invece ho apprezzato tantissimo di questo lavoro è l’esplicita rivelazione che si sarebbe ricorsi volentieri all’aborto se la malformazione fosse stata comunicata durante la gravidanza. Ma non per questo la vita successiva è stato un continuo rimpianto: Ada e il marito sono stati encomiabili nella loro dedizione, nel loro mai arrendersi, qualcosa che – da genitore io stesso da poco – non posso nemmeno immaginare e che trova tutta la mia stima e plauso. Ma è sufficiente per considerare questo un libro così pluripremiato? Per quanto mi riguarda no, credo che i premi siano inevitabilmente omaggi, anche se non si può dire.

Concludendo, se il lato formale non mi ha convinto, di certo la lettura è stata formativa su un’esistenza – anzi, due – fuori dall’ordinario e, chiuso il libro, è angosciante pensare a Daria ora senza mamma e a quanta sofferenza si deve prendere in carico il marito. Qui sopra, l’ultima intervista di Ada D’Adamo concessa pochi giorni prima di morire e che vi consiglio di ascoltare con cura, per apprezzare tutta la luminosa umanità dell’autrice, un intervento che in più parti mi ha molto commosso.

Avevo pensato di non dare un voto a questa recensione, ma sarei caduto anche io nell’insopportabile misericordia e, quindi, eccolo.

Voto: 6

6 pensieri riguardo “Come d’aria, la recensione senza misericordia del Premio Strega 2023”

  1. È vero che è la stessa Autrice a raccontare di essere incorsa in «un processo di identificazione inevitabile» con la figlia, «ragione per cui molte persone mi (la) chiamano col tuo (suo) nome» (p.15); però, aprire la recensione attribuendo il romanzo a Daria è una delegittimazione della Sua stessa identità autoriale…
    Comunque, la questione era già stata ampiamente dibattuta: si può fare di un argomento drammaticamente autobiografico materia narrativa degna del Premio Strega? Verosimilmente, la domanda da porsi potrebbe essere un’altra, e riguardare il funzionamento del Premio Strega, non il romanzo di Ada D’Adamo.

    Piace a 1 persona

    1. Cara Valentina, nessuna delegittimazione era un banale errore la ringrazio per la segnalazione.
      Il mio parere è che ci siano lavori di narrativa del dolore realizzati meglio, dato che qui si giudica il romanzo e non ciò che viene raccontato. Il Premio Strega è il festival degli amici di, delle pacche sulle spalle, dello scambio di favori e lo sanno tutti, credo si dovrebbero introdurre categorie per tutelare opere molto differenti tra loro, ma tanto non avverrà mai, perché non è interessante per lo scopo vero del Premio.

      "Mi piace"

  2. Signor Diego Barbera, proprio in questi giorni ho prestato il libro, di cui lei ha tenuto esprimere un giudizio.
    Forse nell’accezione estetica, stilistica; lei può avere le sue ragioni. Non c’è misericordia nel linguaggio della scrittrice, né la ricerca di benevolenza, ma un linguaggio diretto e preciso come una lama chirurgica. Che non fa sconti a lei per prima.
    Questo libro rappresenta una larga fetta di umanità che non appare,, ma che esiste e vuole esistere e sentirsi rappresentata. Il modesto parere di una buona lettrice e infermiera professionale di neuropsichiatria infantile.
    Cordialità.
    Vittoria Di Candia

    Piace a 1 persona

  3. Immagino che recensioni simili si potrebbero scrivere anche sul Diario di Anna Frank dal punto di vista strettamente letterario.
    La letteratura è una strana creatura, ha molte facce e molti modi per essere d’impatto sulla società, che non sempre passano per la maestria della scrittura. Forse questo libro ha suscitato moti empatici più che letterari, ma non è anche questo il compito della scrittura? Mostrarci una parte di noi che non conoscevamo, ed in questo caso speriamo segretamente di non dover mai conoscere.

    Piace a 1 persona

    1. Cara Maria Carlotta, sono proprio questi i motivi per i quali è difficile recensire opere come queste, perché si rischia di finire a parlare e a giudicare di ciò che raccontano e non come lo fanno. E il tutto diventa ancora più delicato se un libro così viene messo in competizione con altri lavori in un qualsiasi premio

      "Mi piace"

Lascia un commento