convitati di pietra

Recensione I convitati di pietra di Michele Mari, una storia divertente

Ho iniziato I convitati di pietra (Einaudi) colmo di speranza, dato che arrivavo da una serie di romanzi deludenti e per fortuna Michele Mari non mi ha tradito nemmeno questa volta. Questa storia breve, in quanto a pagine, e lunghissima, in quanto a periodo temporale narrato, mi ha intrattenuto per una settimana circa di letture serali e dopo qualche indispensabile giorno di sedimentazione eccoci con la recensione.

Trama de I convitati di pietra in una frase – gli ex alunni della III A si ritrovano ogni anno al 22 luglio per una cena e fanno la conta di chi è rimasto: gli ultimi tre sopravvissuti riceveranno il malloppo frutto di uno speciale investimento collettivo maturato e accresciuto nel corso dei decenni.

La formula è molto semplice, c’è chi lo considera uno Squid Games non così cruento, ma a me è venuto in mente anche il vecchio telefilm Highlanders visto che la formula è sempre quella del “ne rimarrà soltanto uno”. In questo caso ne rimarranno tre (o no?), ma il senso è lo stesso. Non sono un grande amante dei romanzi che coprono un’intera vita, perché mi mettono sempre un po’ di angoscia e inquietudine. Questo ne mette assieme addirittura trenta di vite, che per ovvie ragioni non vengono descritte nei minimi dettagli, ma sono solo pennellate di colore molto vivido. A volte anche un po’ troppo saturato, ma credo sia indispensabile visto che le pagine a disposizione di ogni personaggio non possono che essere una manciata. Si parte dal 22 luglio 1975 e si arriva in un futuro piuttosto remoto, quando gli ultimi superstiti (no spoiler) saranno ultranovantenni. Attraverso i decenni, succede di tutto, ma non ve lo anticipo perché altrimenti tanto vale leggerlo questo romanzo.

Ho particolarmente apprezzato l’estrema precisione nel riportare gli indirizzi delle abitazioni e dei fatti, tanto che Milano è senza dubbio il 31esimo compagno di classe. Credo sia stata una saggia decisione da parte di Mari quella di non soffermarsi troppo su eventuali cambi della società, dettagli e vaticini sui decenni che verranno perché sarebbe stato rischioso. Ma soprattutto perché non avrebbe avuto molto senso ai fini di questa storia.

Alcuni recensori che stimo hanno commentato qualcosa tipo: si è divertito più l’autore a scriverlo che io a leggerlo. Dissento, ho riso spesso e volentieri, c’è molta ironia sottile e scene brillanti. Non mancano passaggi grotteschi e uscite volutamente un po’ fuori dalle righe, che più volte mi hanno fatto pensare a Fantozzi di Paolo Villaggio (sia chiaro, è un gran complimento).

Voto: 7/10

Ci sono anche molte pagine più interlocutorie e vagamente noiose, che mi sono parse più riempitive che funzionali e ci sono “uscite di scena” un po’ tirate per i capelli. Però il giudizio rimane più che positivo e il finale mi ha convinto appieno, risultando coerente con i sentieri intrapresi fino a quel momento.

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