Recensione La bugia dell’orchidea: altra delusione, ma il soldato Carrisi deve salvarsi da solo

Mi sono approcciato a La bugia dell’orchidea, ultima fatica di Donato Carrisi, con aspettative molto modeste e purtroppo ne avevo ben donde. Questo fantasy con lievi sfumature thriller è infatti intriso di incompiutezza e elementi soprannaturali, ormai la cifra degli ultimi lavori dell’autore best-seller di Longanesi. Il-nuovo-romanzo-di-Carrisi (il titolo è ormai un accessorio ridotto a una scritta minuscola sulla copertina) parte come al solito con un’idea intrigante, ma si dilunga in modo eccessivo e diventa presto noiosissimo. Il finale è sconfortante, ma non è una novità: è in linea con lo stile di Carrisi ultima versione, dove le pagine finiscono, non viene chiusa una storia che sia una, tutto rimane sospeso e perso per strada e il lettore viene abbandonato a se stesso pieno di domande, dubbi e disorientamento.

Trama de La bugia dell’orchidea in una frase (perché non ha senso dilungarsi oltre) – La famiglia C. viene trucidata in modo misterioso, è stato davvero il padre? Una scrittrice tormentata viene attirata da un giornalista in un paesino sperduto così può scrivere un romanzo su questa vicenda.

Questo libro ha un segreto. Chi l’ha scritto ha un segreto. Chi lo legge avrà un segreto. E nessuno sarà più lo stesso” è la frase d’effetto per il lancio in grande stile de La bugia dell’orchidea, che si basa sull’espediente ormai non più così originale del libro nel libro. In modo letterale: sfilando la sovraccoperta si scopre infatti un altro titolo Labia sericea e un altro autore Victoria Anthon, che altri non è che la voce narrante. La partenza è quindi a tutta, come da tradizione carrisiana. Eppure, bastano pochi capitoli per notare uno sbrodolamento totale, l’autore si dilunga subito in modo interlocutorio con scene e passaggi che non aggiungono niente di importante. Le pagine sono circa 400 (al netto di un’impaginazione che “gonfia” il numero finale), ma la storia poteva essere sviluppata in 40. A essere generosi, che poi tanto il finale non serve a niente ed è un taglio netto, ma ne parliamo dopo.

I capitoli sono brevissimi, spesso anche soltanto una pagina e mezza. E ogni volta, ogni maledetta volta, hanno un’ultima frase che deve per forza edulcorare gli avvenimenti e spingere il lettore a voltare pagina. Tipo: “Non avrei mai immaginato ciò che sarebbe accaduto”. Poi si gira pagina e non ci sono fatti emblematici, colpi di scena, non c’è niente. Detestabile e irritante. Che sia pensato per lettori che devono sempre mantenere l’attenzione altissima visto che sono abituati a contenuti mordi e fuggi alla TikTok?

Come per tutti i romanzi di Carrisi, anche quelli che funzionano, manca totalmente un po’ di leggerezza e di luce: tutto è cupo, i personaggi sono tormentati, non ridono mai, non fanno mai battute, non hanno mai reazioni realmente umane. Va da sé che la parte sentimentale è del tutto assente, in questo libro c’è un timido accenno e tentativo, ma è soltanto sfiorato. I personaggi sono insomma figurine appiccicate sulla pagina, se si guardano di profilo risultano invisibili. Difficile empatizzare, affezionarsi.

Il finale è la parte peggiore, perché l’ho vissuto come una presa in giro. Non si spiega niente e non si offrono elementi solidi e credibili per farsi una propria idea su cosa potrebbe essere accaduto, perché, in quale modo, con quali sfumature. Non so se Carrisi abbia nella propria mente un’idea precisa del proprio stesso mondo narrativo: se sì, decide di non condividerlo con il lettore. Anzi, lo stuzzica per tutto il romanzo, gli avanza promesse che poi non mantiene e quindi decide che tutto deve finire. E tanti saluti.

Voto: 3/10

Non credo che Donato Carrisi firmi contratti con Longanesi con una pistola puntata alla tempia per annodarsi un bel capestro al collo e uscire con un romanzo all’anno, però magari mi sbaglio. Ascoltando le sue ultime interviste e presentazioni online sembra infatti molto sicuro e fiero dei propri lavori più recenti, quindi posso ragionevolmente reputare che a lui vada bene così. Pertanto, è inutile scrivere “Liberate il soldato Carrisi dallo sfornare un libro all’anno”, perché è una sua decisione e avrà i suoi ottimi motivi, che posso immaginare.

Mi chiedo però se a Carrisi importi ancora qualcosa dei propri lettori.

Tralasciando i fan innamorati, mi pare di capire che sempre più persone che lo hanno apprezzato nella sua prima stagione ormai non lo riconoscano più. Non scrive più thriller, ma storie fantasy soprannaturali, il che non sarebbe un grosso problema in sé. La grave mancanza è la totale noncuranza di completare le proprie storie, che vengono buttate in commercio piene di buchi di trama, raffazzonate e senza un finale degno di essere chiamato tale.

Io credo che Donato Carrisi possa fare molto meglio di così, però dovrebbe prendersi più tempo. Dovrebbe immaginare una storia, tutta, dall’inizio alla fine. Dovrebbe curare i personaggi e i loro mondi, le loro ombre ma anche le loro luci. Dovrebbe ricordarsi di ciò che ha scritto 20 o 30 pagine prima, dovrebbe soddisfare le enormi aspettative che lui stesso crea e non lasciarle incompiute limitandosi alla paraculata del “decide il lettore cosa sia vero e cosa sia falso, cosa succede, cosa è successo e cosa succederà”.

Dovrebbe, ma solo se lo vuole veramente. E se non ha un’idea vera, se un anno non è ispirato, dovrebbe magari attendere un po’. Non credo che i lettori se lo dimenticheranno, credo anzi siano disposti ad aspettarlo se il prezzo da pagare è avere finalmente un buon libro e non questi risultati così mediocri e irritanti.

Soldato Carrisi per favore salvati da solo.

10 pensieri riguardo “Recensione La bugia dell’orchidea: altra delusione, ma il soldato Carrisi deve salvarsi da solo”

    1. Cosa la turba, direttore? Si esponga, non sia timorato.

      Questo è un sito di recensioni di libri, non di serie tv, purtroppo. Però li guarderò, come li ho sempre guardati. Gli sceneggiatori dei Simpson hanno un’ottima consapevolezza di ciò che narrano, hanno creato personaggi complessi e le storie hanno sottostrati molto meno superficiali di quanto sembra. A lei non garbano?

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  1. Sono perfettamente d’accordo con Diego. Io ero innamorata del Carrisi dei primi libri, e ho sempre aspettato con ansia quelli che sarebbero venuti. Purtroppo non mi soddisfano più. E’ vero che l’autore fa in modo che chi legge rimanga attaccato alle pagine per la curiosità di sapere cosa accadrà dopo, ma alla fine, quando abbastanza frastornato spera di far chiarezza sugli accadimenti, ecco che il libro finisce senza chiarire nulla, anzi butta là ulteriori fatti che confondono ancora di più.

    Se vogliamo essere ciechi possiamo esserlo, altrimenti chi ci vede può spiegarmi come è finito?

    Grazie

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  2. Orrendo è dire poco. Giri pagina dopo pagina (quasi 400 !!!) e non si arriva mai a nulla. Tutte supposizioni, masturbazioni cerebrali, un vagare attorno al nulla deprimente. Scrittura altrettanto imbarazzante: i nomi con l’iniziale puntato del cognome (orrore), il paese chiamato Nazareth (ma perchè?), certe freasi arrotolate su stesse con acrobazie inutili e insensate forse per cercare di condire con qualche sapore particolare il nulla cosmico. Una vera e propria schifezza.

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  3. Sono stata un grande fan del primo Carrisi, poi ho comprato con la speranza che avrei letto di nuovo buone storie. A me viene il dubbio se l’autore rilegga ciò che scriva. I modi per creare suspence sono alquanto ridicoli e poi non succede niente di significativo, il finale illeggibile. Anch’io penso che sfornare un libro all’anno sia negativo per l’autore. Spero che Carrisi pubblichi presto una nuova storia, incuriosendomi come nei suoi primi lavori.

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  4. Sto leggendo il libro e sono circa a metà, a me intriga e voglio andare avanti, però effettivamente noto anche io alcune cose ricorrenti in Carrisi. Il fatto di lasciare la fine dei suoi romanzi in sospeso potrebbe avere un senso se quello dopo è il seguito, e quindi c’è la spiegazione in quello dopo, ma ciò non mi sembra che avvenga. Il fatto di lasciare in sospeso è un po’ come “non sapere più cosa scrivere, come spiegare certe cose” e quindi le si lascia a metà. Non l’ho mai trovato un pregio in un libro, così come nei film.

    Altra cosa che ho notato: va a capo continuamente. In teoria bisognerebbe andare a capo quando il paragrafo finisce e ne incomincia un altro, quindi quando ci sono cambi di vedute, cambi di scena, oppure va bene, anche per dare suspance ad una scena o movimento e agitazione. Ma non è normale andare a capo così tanto. Sembra un modo studiato per allungare il libro apposta. Mi domando l’editore che lavoro di editing abbia fatto. Bah.

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  5. delusione totale..appena finito il libro mi sono chiesta ‘cosa ho letto?’.

    Fastidioso l’uso di nomi e cognomi puntati.

    un’idea che sviluppata in altro modo poteva essere molto intrigante..immagino il romanzo scritto da Connelley con le descrizioni e i personaggi che sa creare..allora la storia avrebbe sicuramente appassionato

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  6. Con fatica devo ,purtroppo, dire che questo lavoro mi ha deluso. Non si riesce ad empatizzare con i personaggi, i nome con l’iniziale puntata è sgradevole. Il finale lascia il lettore senza poter concludere davvero il romanzo se non banalmente , anche facendo uno sforzo e sollecitando la fantasia…

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