Sospinto dal mio ineluttabile ottimismo (e masochismo?), ho dato fiducia a Il romanzo di Marceau Miller, al centro di una poderosa campagna di promozione internazionale. Il thriller, edito in Italia da Einaudi, appariva un po’ ovunque tra inserti, riviste, book influencer e social, puntando sull’ormai abusato artificio dell’autore misterioso – pseudonimo di un nome molto conosciuto, ci mancherebbe altro – e su atmosfere con chiari rimandi a Joël Dicker. Eppure, sotto lo spesso strato di marketing rimane davvero ben poco se non una facile previsione che la storia sia stata confezionata ad hoc per diventare una miniserie su Netflix.
Trama de Il romanzo di Marceau Miller in una frase – Il famosissimo scrittore Marceau Miller precipita durante un’arrampicata free solo, senza corde, e a spingerlo giù è stato qualcuno di familiare: tutte le verità sono celate dentro un misterioso manoscritto che farà luce sui segreti della sua vita.
Questo romanzo segue in modo rigoroso tutte le possibili regole per produrre un thriller di successo: una prosa lineare al servizio degli avvenimenti, misteri a gogo, drammi famigliari e intrecci&intrallazzi lavorativo-amorosi in un gruppo di amici. Di più: l’autore è altrettanto avvolto nella nebbia, anche se si conforta il grande pubblico che sia pseudonimo di un nome molto noto.
Credo che il primo grosso problema di questo lavoro affiori però proprio in questo dettaglio: il titolo è Il romanzo di Marceau Miller e l’autore è Marceau Miller. Tuttavia, la larghissima fetta delle pagine narra gli avvenimenti dal punto di vista della di lui moglie Sarah, salvo qualche brevissimo punto di vista dell’amica e collega Karen. Quindi Marceau Miller scrive un romanzo su se stesso, da morto, entrando nei pensieri dei suoi famigliari-amici, facendo finta di non sapere cosa gli è successo nei vari momenti fatidici della propria esistenza? Non ho capito davvero quale sia il senso di tutto questo. Come una matrioska, nella fiction de Il romanzo di Marceau Miller c’è un ulteriore Il romanzo di Marceau Miller, nel senso di un manoscritto che il morto avrebbe nascosto da qualche parte e in cui si rivela una serie di segreti sulla propria famiglia e cerchia di amici. Eppure quello all’interno della storia è in effetti scritto dal pugno dell’autore scomparso, in prima persona, narrando fatti che lo hanno visto testimone. Quindi, ripeto, che senso ha che tutto il libro sia intitolato Il romanzo di Marceau Miller e che sia firmato da Marceau Miller se la larga fetta della pagine è raccontata al presente e in prima persona da Sarah più una breve parte da Karen?
Va bene, allontaniamoci dalla questione titolo-autore. La storia è intrigante e i personaggi non sono piatti. La protagonista Sarah – perché è lei, non Marceau, sia chiaro, la protagonista – è realistica e credibile perché si trova a fare i conti con un marito estremamente egoista che scompare all’improvviso e in modo cruento, che nasconde troppe verità, che si disinteressa dei figli (anche da vivo, mi pare di percepire), concentrandosi soltanto su se stesso. E infatti Sarah è furibonda, smarrita, si autodistrugge, non riesce a mantenere le redini della propria esistenza, della responsabilità dei figli né del lavoro: la sua furia si abbatte su tutti e tutto. E ne ha ben donde, visto quanto continua a capitargli più si prosegue nella storia. Più che limitarsi a cercare la verità sul marito, vuole insomma fare luce su quell’immenso inganno che è stata la sua vita da quando ha avuto a che fare con Marceau Miller e la sua combriccola di amici. Tutto questo è cosa buona e giusta, ma perde di sostanza più ci si avvicina al finale (parte spoiler dopo la copertina).
Tutti gli avvenimenti, tutte le zone d’ombra e tutti i personaggi confluiscono verso il finale, ma lo fanno in modo precipitoso e fin troppo esplicito. La fine mi ha ricordato molto gli episodi della Signora in giallo, dove il responsabile confessa tutto e più di tutto, come un rubinetto aperto. Un’opzione molto più apprezzabile di molti thriller che non spiegano oppure si dimenticano di farlo, ma l’ho trovato un po’ troppo esagerato, perché dopo quasi 250 pagine di attesa tutto si sgonfia in pochi secondi. Inoltre, ci sono alcuni dettagli che non mi hanno convinto (parte spoiler sotto).
Voto: 4/10
In fin dei conti, una lettura iniziata piuttosto bene, ma terminata con molti dubbi e non troppa soddisfazione. Rimango convinto che questo romanzo sia il preludio a una miniserie su Netflix o Prime Video, d’altra parte è scritto anche in modo molto cinematografico quindi non sarà difficile adattarlo. Dopo la copertina, una parte spoiler consigliata solo a chi ha letto il romanzo (oppure non lo vuole leggere).

Quel che non mi torna – parte spoiler
Parto dal punto più importante. La sorella di Marceau Miller, Jade, viene trovata impiccata dal fratello, che interpreta il gesto estremo per via dei sensi di colpa per aver taciuto della responsabilità della morte del padre e del ciclista investito sul bordo lago. Eppure, si scopre dalle ossa che la ragazza avesse entrambe le gambe fratturate, così come anche alcune costole e un braccio dato che è stata gettata in un dirupo per 15 metri dai cattivoni del libro, Alexis e Rollin, che poi hanno inscenato il suicidio. Eppure, Marceau non si rende conto di niente: ritrova la sorella impiccata e non nota alcuna ferita né frattura, nemmeno un danno ai vestiti… davvero un’ipotesi inverosimile da accettare. Anche perché la trasporta per due volte dall’albero al letto del fiume e quindi al luogo del seppellimento.
Altro dettaglio stiracchiato è la combinazione delle coordinate geografiche del luogo di sepoltura della sorella nascosto in filigrana nella costa di ognuno dei romanzi di Marceau Miller: l’editore lo accetta senza troppo chiedere, nessuno ma proprio nessuno dei milioni di lettori se n’è mai accorto. Ne dubito fortemente (AGGIORNAMENTO 17 novembre – ho controllato e non c’è). Dato che l’ho letto in ebook non so se gli editori (quelli veri) hanno avuto la buona idea di nascondere le coordinate sul serio, sarebbe stata una chicca niente male, controllerò in libreria.
Termino col finale e la superconfessione di Alexis e Rollin: la sensazione è stata quella di spalancare con un calcio la porta di una stanza rimasta illuminata da una candela e ritrovarsi accecati dalla luce di mezzogiorno d’estate: troppo veloce e incoerente col ritmo del romanzo fino a quel momento.