Sarà per via della faticosissima lettura dell’Ultimo Segreto di Dan Brown, sarà perché banalmente avevo bisogno di addentrarmi in una scrittura asciutta, brillante e sintetica, ma ho approcciato Destinazione errata di Domenico Starnone con grosse aspettative. Posso anticipare che la fiducia è stata soddisfatta, lasciandomi speranzoso sul fatto che sia ancora possibile confezionare un lavoro concreto, ragionato e godibile senza sfociare nella grafomania, raggiungendo le profondità dei personaggi e non galleggiando nei tanti stereotipi.
Trama di Destinazione errata in una frase – Roma, il protagonista invia un Ti amo per errore alla collega Claudia invece che alla moglie e invece che sistemare subito il disguido, ci naviga dentro, ammaliato dalla curiosità dell’inaspettato e indifferente a ogni pericolo che si staglia nell’immediato orizzonte.
Come tutte le storie semplici e dense si potrebbe disquisire su Destinazione errata per più pagine di quelle utilizzate dall’autore per il proprio lavoro. E questo è sintomatico sul fatto che l’idea di partenza sia intrigante, anche se non necessariamente originalissima. Tutto parte da un equivoco, che poteva causare solo imbarazzo e che invece cambia drasticamente tutte le carte in tavola. Il protagonista non è certo uno sveglione, è un piccolo borghese senza troppe preoccupazioni, con la moglie Livia che è intelligente e bella e che di certo non lo trascura, con tre figli (l’ultimo, di appena 10 mesi), con un lavoro che sarà anche non così ben pagato come dice, ma che gli permette di fare vita da (pseudo)artista. Insomma, a 38 anni – anche se per tutto il romanzo l’ho immaginato almeno cinquantenne, e stesso dicasi per la Claudia – non è certo uno che può lamentarsi troppo, nonostante una casa che non è così in centro e che ha infissi vecchi.
Molte lettrici sono rimaste disgustate dal protagonista e stupite dalla facilità con la quale è pronto a disintegrare matrimonio e famiglia solo e soltanto perché la collega fino a quel momento mai considerata lo ama. Al contrario, credo che per come Starnone abbia disegnato il personaggio sia tutto assai comprensibile e coerente, è il tipico uomo che farebbe tutto ciò, soltanto per il fatto di essere lusingato e di sentirsi desiderato. E dato che siamo qui non per giudicare i fatti ma come vengono costruiti e raccontati, credo che Starnone abbia realizzato un racconto credibile, proprio perché si sporca di realtà e perché non ha paura di mostrare lo schifo dell’essere umano, a differenza di tonnellate di romanzi in cui al contrario viene mascherato e reso posticcio. E quindi poco interessante. Ho trovato molta verosimiglianza, quel che viene narrato potrebbe accadere senza problemi. Anzi, è già accaduto in grande abbondanza in molte più famiglie di quante si possa immaginare.
Il protagonista è un bugiardo seriale, mente anche a se stesso e mente dunque anche al lettore: quel che afferma è il suo goffo tentativo di pararsi un po’ il culo, quasi come se sapesse di essere seguito e osservato. Infatti poi le sue azioni seguono in modo aderente le proprie volontà, quelle vere e autentiche. A mio parere, il momento più emblematico è la piccola fuga notturna, lasciando i figli da soli a casa, per incontrare la donna che lo desidera con l’intento fragilissimo di mettere le cose in chiaro e invece peggiorando ancor di più la situazione. Queste poche pagine descrivono in modo limpido la natura di quest’uomo, che può non piacere – e ci mancherebbe il contrario – ma che rappresenta comportamenti ben diffusi.
Voto: 7/10
Ho incontrato Starnone da studente tanti anni fa, ero un ragazzino. Parlò della sua passione sfrenata per il raccontare frottole, passione sviluppata in tenera età e proseguita per tutta la vita. Un’indole ben addomesticata al servizio della scrittura e della narrativa: curioso, o forse no, come un raccontaballe patentato possa descrivere in modo così vero le sfaccettature della società.