Ho compiuto il grave errore di lasciar passare troppi giorni dalla fine della lettura di Mimica di Sebastian Fitzek prima di scriverne la recensione e mi sono reso conto di star iniziando a dimenticarne i dettagli e molti passaggi. Ho dovuto così ricorrere a un piccolo ripasso degli appunti presi man mano, delle evidenziazioni sull’ereader e tutto è tornato chiaro. Eppure, proprio quest’ombra che è calata repentina sull’ultimo thriller dell’autore best-seller tedesco ha posto l’attenzione sul suo più grande limite: è una storia scritta in modo molto calibrato, forse troppo.
Trama di Mimica in una frase – L’esperta di mimica facciale Hannah Herbst si risveglia prigioniera in una squallida camera d’albergo, non ricorda nulla delle ultime ore della propria vita e deve presto iniziare a fare i conti con un serial killer che l’ha rapita. Ma chi dei due è più pericoloso?
Fiztek ha venduto tonnellate di copie in Germania – 1.5 milioni solo per Mimik – e in tutto il resto del mondo, è uno degli autori più acclamati del momento e si percepisce subito il savoir-faire già dalle prime pagine perché si viene immersi in una storia misteriosa, che già si sa sarà foriera di ricchi e abbondanti colpi di scena. Lo smarrimento di Hannah è lo stesso del lettore che deve ricostruire la figura di questa enigmatica professionista della decifrazione delle espressioni facciali, rimanendo sempre sospesi sul giudizio sulla sua posizione: è la brava della storia? È la cattiva? È la cattiva che in realtà però è brava? Oppure è la brava che in realtà è cattiva? I sentieri possibili sono questi, è subito chiaro, rimane da capire quale o quali verranno premiati dall’autore.
Che infatti ci gioca abilmente, disseminando capovolgimenti di fronte, aggiungendo gradualmente personaggi di contorno che a volte tangono la vicenda, altre volte ci entrano a piedi uniti come nel caso dell’investigatore. Le svolte cadono regolari e accelerano sul finale, che come da previsione prepara diversi botti esplosivi. Tutto molto bello, certo, ma anche tutto molto prevedibile: non tanto per la risoluzione in sé, quanto per lo schema che mi pare sia fin troppo standard: i piedi affondano nell’acqua, si percepisce molto bene la risacca che precede una grossa onda in arrivo. E a volte l’onda è aiutata un po’ troppo da un motoscafo che passa guarda un po’ lì vicino a aumentarne l’intensità.
Sia chiaro, è un thriller di qualità, senza veri punti deboli e con poche mancanze, però il risultato finale mi sembra un po’ asettico, qualcosa di gradevole e al contempo troppo facilmente dimenticabile, tanto per ricollegarci al primo paragrafo di questa recensione. Di sicuro è un autore che merita attenzione, anche in futuro, ma nella stessa collana Darkside di Fazi ci sono firme molto più luminose e brillanti, a partire dall’ottimo Franck Thilliez.
Voto: 6
La traduzione in italiano è di Elisa Ronchi.