Era nella lista-promemoria da anni e anni e finalmente ho letto Me, Earl and the dying girl dell’autore statunitense Jesse Andrews. L’ho scelto in lingua originale, perché ero assai curioso di percepire quanto più possibile dello stile e dell’atmosfera di quello che ora posso considerare a tutti gli effetti il romanzo più intenso che ho finora recensito su questo blog. Non è un libro perfetto, ci sono svariati dettagli che avrei preferito differenti, ma in fin dei conti è anche giusto così.
Trama di Me, Earl and the dying girl in una frase – Il liceale Greg vorrebbe vivere senza essere notato, con l’unico (non) amico Earl realizza cortometraggi orrendi e quando Rachel si ammala di leucemia ed è obbligato ad averci a che fare, tutto il suo mondo va a rotoli.
C’è così tanto da scrivere su questa storia che forse basta solo una frase: questo romanzo è la più fulgida rappresentazione della vita. Quella vera, che non è patinata, non è instagrammabile, non è con il lieto fine e nemmeno lo cerca. L’esistenza umana è un caos nel quale si cerca di imparare a galleggiare, a muoversi evitando detriti e, spesso, asteroidi grandi come montagne: si deludono persone care, si rovina tutto con un gesto o una frase e talvolta lo si fa in modo consapevole. A volte, invece, si cerca di allineare tutti i fili, di tenderli e pettinarli nel miglior modo possibile e al momento della verità tutto suona stonato e stridente.
Greg è fuori di testa, per la miseria, viene voglia di prenderlo a sberle. Però è un personaggio guizzante, è vivo in ogni parola, in ogni elucubrazione deviante, in ogni pensiero espresso e non lasciato nelle profondità dell’inconscio. Earl è un disadattato, ma è anche un sopravvissuto e un animo sensibile, a suo modo. Greg e Earl non hanno niente in comune eppure convergono verso un punto, spesso loro malgrado, si sorreggono dandosi spallate, vomitandosi addosso parole pesantissime che poi evaporano. Rachel è la stella polare di questa storia, ma spesso si eclissa, a volte si spegne, in brevi momenti brilla intensissima e illumina tutto. Tutto, tranne Greg, che rimane costante dalla prima all’ultima pagina.
La scrittura di Jesse Andrews è vibrante, divertente, concretissima. Per quanto mi riguarda, applausi scroscianti all’abilità di creare i vari personaggi e a combattere gli stereotipi: i protagonisti non sono belli, non sono cool, non sono finti sfigati, non si redimono, non fanno un percorso verso un miglioramento. Seguono il proprio cammino e possono risultare odiosi e fastidiosi perché sono veri. E le persone fanno frequentemente schifo, anche quelle più brave e adorabili. La verità è che il più delle volte sono ripugnanti solo nei pensieri o quando nessuno li vede. Essere ogni tanto deprecabili è la conseguenza di esseri umani: siamo luce e siamo anche tante ombre, anche se vogliamo ignorarle o nasconderle.
Tante volte ho letto paragrafi, persino capitoli, che non ho gradito, ma è tutto coerente, è tutto aderente al percorso scelto, la storia fa ridere in tante pagine e ogni tanto fa commuovere. Per questo motivo, non è il romanzo perfetto, ma voglio premiarlo col massimo che posso concedergli:
Voto: 10/10
Dopo la copertina, ancora un po’ di osservazioni, soprattutto su romanzo-film.

Il film oltre il romanzo. E viceversa
Me, Earl and the dying girl è un romanzo ed è anche un film. La storia è la medesima, ma viene espressa e accarezzata in modo sensibilmente diverso. A mio avviso, il romanzo è molto più crudo nella sua realtà e verità, non cerca mai di compiacere il lettore, cala perentorio e inarrestabile. Trasporlo in modo fedele su pellicola non credo avrebbe ottenuto la stessa efficacia. In questo senso, l’esperienza della lettura e poi della visione sono complementari, vibrano in modo coerente anche se non parallele.
Il regista Alfonso Gomez-Rejon ha svolto un lavoro encomiabile, lavorando a stretto contatto con Jesse Andrews che si è occupato della sceneggiatura. Il film – tradotto orrendamente in italiano con Quel fantastico peggior anno della mia vita – è uscito nel 2015 e ha vinto il premio del pubblico e il gran premio della giuria al Sundance Film Festival 2015. Alfonso Gomez-Rejon ha girato il film mentre il padre stava morendo, cercando di esprimere tutti i suoi sentimenti e stati d’animo nelle scene, guidando con maestria gli ottimi attori. Vi consiglio il making-of, molte volte è davvero emozionante.
Chiudo, con la scena più potente dell’intera pellicola ovvero Film per Rachel, il cortometraggio che Greg e Earl devono girare per Rachel, che procrastinano all’inverosimile e che poi infine realizzano. Nel film è l’apice, è un momento di grandissima emozione. Avendo letto il romanzo in seconda battuta, ero molto curioso di scoprire come fosse stato trattato su carta e non mi ha stupito scoprire come in realtà il corto diventi quasi un peso da trascinare a lungo e alla fine da descrivere in modo quasi annoiato e spezzettato. Di più: Rachel non lo vede poco prima di andare in coma e, dunque, di morire, ma lo vede più volte e tutti ne parlano, quasi come fosse un evento di portata minore.