La recensione de La paziente silenziosa sarà divisa in due parti perché è necessario concentrarsi su una serie di scelte dell’autore Alex Michaelides, che sconfinano inesorabilmente nello spoiler. Le due porzioni saranno divise dalla foto di copertina, quindi chi ancora non l’ha letto (se proprio deve) può fermarsi lì.
Trama de La paziente silenziosa in una frase – Lo psicologo Theo Faber cerca di aiutare l’artista Alicia Berenson, chiusa in un mutismo totale dopo aver assassinato il marito senza apparente motivo.
Ci sono tutti gli ingredienti per una storia che prende subito il lettore: un delitto efferato e inspiegabile, una colpevole (?) borderline affascinante, un protagonista che si muove tra il proprio lavoro e patemi con la moglie fedifraga. Il romanzo alterna dunque il Theo psicologo alle prese con Alicia e il resto del reparto psichiatrico (dottori e pazienti compresi) e Theo marito che indaga sul tradimento inaspettato.
Lo stile è asciutto e lineare, i capitoli scivolano via molto bene e si viene presi per mano in un crescendo che prelude a un grosso botto. Che infatti arriva, ma che a me ha dato molto fastidio in quanto lettore e in quanto autore a mia volta, perché a mio parere il narratore (e quindi il nostro caro sior Michaelides) ha giocato sporco, tradendo la nostra fiducia.
Voto: 3/10
Quindi se volete leggere o ascoltare una storia che incuriosisce, ma che verosimilmente vi deluderà sul finale, siete avvertiti. Dopo la copertina c’è la parte molto spoiler.

Un narratore che prende in giro il lettore
La breve spiegazione del finale de La paziente silenziosa è presto detta: è proprio lo psicologo Theo la figura che Alicia vedeva dalla finestra ed è lui che ha di fatto “spinto” l’artista a uccidere il marito; marito, che era l’amante della moglie di Theo. Quindi, il piano temporale del Theo-marito è precedente e non contemporaneo alle vicende del Theo-psicologo, che ha architettato tutto in un secondo momento.
Wow, bello, molto figo. Peccato che l’autore si sia preparato il terreno al grosso colpo di scena in modo a mio avviso assai scorretto. Nei romanzi con eclatante colpo di scena come questo, si deve infatti rimanere coerenti, in modo tale che se si torna indietro a leggere alcuni passaggi non si rimane contraddetti da ciò che poi avviene sul finale. A maggior ragione se è una storia scritta in prima persona e il narratore è proprio Theo, ovvero l’artefice di tutto, che però deve fingere di essere solo uno psicologo e non avere secondi fini.
Prendiamo ad esempio il primo incontro in ospedale:
Mentre la osservavo di fronte a me nel suo stato confusionale dovuto ai farmaci, con la bava alla bocca, le dita che palpitavano come tarme, caddi in preda a un improvviso e inaspettato attacco di tristezza. Mi sentii disperatamente addolorato per lei e per quelli come lei: per tutti noi, per tutte le persone vulnerabili e perdute.
No. È colpa tua, Theo, se si sente così e tu lo sai benissimo. Non c’entra niente questo discorso universale, “per tutti noi”, quel che è capitato a lei non è lo stesso che è capitato a te. Poco dopo, sempre nella storia del Theo psicologo, si legge:
Ogni secondo che trascorrevamo insieme provavo quell’umiltà e quella gratitudine. Ero consapevole di essere straordinariamente fortunato a vivere un amore simile e di quanto fosse raro e di come tanti altri non fossero altrettanto fortunati. Buona parte dei miei pazienti non aveva qualcuno che li amasse. Alicia Berenson non ce l’aveva.
Eppure, in quel momento, Theo aveva già combinato tutto il pasticciaccio, aveva saputo dei continui tradimenti della moglie, delle sue bugie, dei suoi incontri con il marito di Alicia. E rimango convinto – a fine libro – che il traditor-marito di Alicia provasse molti più sentimenti verso Alicia rispetto alla moglie di Theo, Kathy. A tal proposito:
È difficile immaginare due donne piú diverse di Kathy e Alicia Berenson. Kathy mi fa pensare alla luce, al calore, alle risate. Quando penso ad Alicia, penso solo all’abisso, all’oscurità, alla tristezza.
Altro colpo basso dell’autore. Alicia è diventata così per le azioni proprio di Theo e a ciò che ha combinato. Forse, Alicia non avrebbe mai scoperto dei tradimenti del marito e avrebbe continuato a essere felice. Theo mente a se stesso? Di sicuro, il narratore mente al lettore, che è inaccettabile.
Mentre mi fissava capii cos’era stato a turbarmi per tutta la seduta. È complicato da esprimere a parole, ma uno psicologo impara velocemente a riconoscere il disagio mentale dal comportamento fisico, dalle parole e dalla luce negli occhi: in Alicia avevo intravisto qualcosa di tormentato, spaventato e folle.
Qui si tocca il punto più basso, perché da lettore mi sono fidato e ho pensato che Theo stesse appunto ragionando da psicologo e invece sapeva benissimo il motivo dell’oscurità e del malessere della sua paziente. Perché è lui il carnefice e lei è la sua vittima.
Davvero deludente.