La casa del mago (Ponte alle Grazie) segna il ritorno di Emanuele Trevi dopo la vittoria del Premio Strega 2021 con l’ottimo Due Vite, che mi aveva particolarmente colpito. Il nuovo lavoro dell’autore classe ’64 non è riuscito a farmi vibrare le stesse corde, ma è stata una lettura molto piacevole e brillante, spesso molto spassosa, ma con ampie porzioni non entusiasmanti.
Trama di La casa del mago in una frase – Alla morte del padre, lo psicoanalista junghiano Mario Trevi, l’autore decide di vendere lo studio-appartamento ricevuto in eredità, salvo poi ripensarci e andarci ad abitare, facendo i conti con ricordi, interpretazioni e consapevolezze.
Non mi dilungherei oltre sull’elenco dei fatti raccontati, concentrandomi invece su come Trevi decide di condurre il lettore in questo viaggio fortemente autobiografico, che si prende il giusto tempo e la giusta distanza dalla scomparsa del padre (più di un decennio). I capitoli sono un viaggio interiore, si susseguono senza ordine cronologico, abbracciando le varie fasi della vita dell’autore e, dunque, del genitore. Ci sono parti notevoli, in cui mi sono sentito davvero immerso nella memoria, come il doppio viaggio a Venezia, per non citare il momento della dipartita del babbo. Trevi è davvero molto bravo a calibrare la prosa per accarezzare tutti i sentimenti, mi ha fatto ridere di gusto almeno due o tre volte e mi ha anche commosso. Ho particolarmente apprezzato l’onestà di descrivere le proprie debolezze di persona e di adulto nelle parti con Paradisa, mentre mi ha parecchio annoiato l’ampio spazio con la domestica Degenerata.
Dopo questa lettura, rinnovo la mia stima per Emanuele Trevi perché è la dimostrazione di come una “bella scrittura” possa convivere anche con il saper costruire un buon lavoro, qualcosa che manca a molti altri autori di prima fascia, che spesso rimangono aggrappati a una delle due estremità della bilancia, prossimi a cadere. Trevi fa parte dell’élite letteraria e culturale italiana dove tutti sono amici e solidali. Ogni suo nuovo lavoro è accompagnato da recensioni entusiaste firmate da nomi di primo piano. Tuttavia, a differenza della grande maggioranza della suddetta élite, che spesso e volentieri non merita così ampio spazio e così belle parole dedicate, considero Trevi un talento vero, che ha avuto semplicemente la fortuna di non partire da 0 ma da, diciamo, 7 ed è questo anche il voto che assegno a La casa del mago.
Voto: 7/10
Qui sotto, una foto di Emanuele Trevi col padre Mario Trevi.

Infine, vorrei condividere una percezione che già mi aveva accompagnato in Due Vite e che con La casa del mago si è fatta più persistente, dato che è una storia che gravita attorno al rapporto padre-figlio. Leggendo Trevi permane una sensazione un po’ nebulosa e difficile da esprimere in un modo diverso da: “L’autore non ha figli”. Sia chiaro, non affermo questo con un’accezione negativa: il modo di raccontare gli avvenimenti della propria e dell’altrui vita, i dettagli che vengono scelti e ciò che viene al contrario scartato, tutto mi dice che Trevi non è mai stato padre. È una sorta di leggerissimo rumore di fondo sempre presente.