Avete presente quello sketch ormai abusato dell’avventore al ristorante stellato che riceve una microporzione di pasta, la finisce in un boccone e quindi dice: “Va bene, è cotta, si può scolare“. È circa questa la sensazione alla fine della lettura de Il custode di Niccolò Ammaniti, un lavoro che basa le proprie fondamenta su un’idea curiosa e su un finale d’effetto, ma che patisce una brevità esagerata che lascia insoddisfatti, dato che si rimane troppo in superficie in ogni ambito dalla costruzione dei personaggi ai vari loro epiloghi, dalla prosa alle tante tematiche introdotte. Ed è un gran peccato.
Trama de Il custode in una frase – Sicilia, la famiglia Vasciaveo si prende cura della Medusa della mitologia greca da secoli, tenendola nascosta in bagno e coprendo la loro missione con un’attività di lavorazione del marmo: la responsabilità dello scomodo ospite passerà presto al giovane Nilo, ma succede un disastro dopo l’altro.
Mi sono approcciato a questa lettura, come mio solito, senza leggere nemmeno una frase sulla sua storia e sono rimasto piacevolmente impressionato dalle prime pagine. La prosa è fluida, ci sono un paio di colpi di scena che non attendevo e si ha subito in chiaro tutto l’universo narrativo e i suoi abitanti. C’è il ragazzino Nilo, che vive con la mamma Agata e la zia Rosi: la prima è la capa della famiglia e anche dell’azienda, decide tutto lei con autorità e fermezza, si barcamena tra l’attività da marmista a quella di infermiera, ma anche di affittacamere nelle varie proprietà sul litorale. Il territorio è una presenza importante con i suoi ecomostri sul mare e la desolazione della stagione invernale: fa da scenario perfetto a un’atmosfera decadente, dismessa, un po’ sconfortata.
Non mi dilungherò troppo sulla trama (a parte dopo la copertina, nella parte spoiler), basterà dire che questo romanzo è un lampante esempio di realismo magico, con il suo elemento fantasy portante (la Medusa) in un mondo altrimenti del tutto simile al nostro. Ammaniti inserisce molti, moltissimi, dettagli della società del 2026 come il lavoro da onlyfanser della co-protagonista Arianna assieme alla figlioletta italo-francese Saskia. C’è anche la mafia (nelle vesti di un siculo-cinese), ci sono le critiche al patriarcato e al maschilismo tossico, c’è pure un accenno alla multietnicità della Sicilia rurale. Insomma, l’autore sceglie di introdurre tantissimi temi, c’è un discreto numero di personaggi, eppure tutto è appena sfiorato. C’è troppa fretta, ho notato una cura sempre più scarsa alla prosa, che infatti perde di efficacia più ci si avvicina alle ultime pagine.
Il finale è un lampo, illuminato da un’idea che poteva davvero fare il botto, ma che non viene sorretta dal resto della struttura del romanzo. Anzi, del racconto lungo: si legge in meno di tre ore.
Voto: 4/10
La speranza è che qualche buon regista, ho pensato subito a Matteo Garrone, possa prendere questa storia e svilupparla per bene al cinema, perché ha un buon potenziale, ma in questa veste e in questa brevità non funziona proprio. Piccola nota: anche in questo romanzo si confonde mascella con mandibola (due volte). Dopo la copertina, una parte spoiler.

Parte spoiler
Ci sono vari avvenimenti che non mi hanno convinto affatto.
Il romanzo viene accompagnato dal claim: Niccolò Ammaniti scrive il suo romanzo d’amore più pauroso, scavando nei desideri nascosti di un adolescente.
Non trovo niente di condivisibile: non è un romanzo d’amore, non è pauroso, non si scava nei desideri nascosti di un adolescente. Vado per ordine: l’amore non esiste in questo romanzo, ci sono rapporti tossici e malati sia a livello sentimentale sia a livello famigliare, Nilo si ossessiona di Arianna ma è un’attrazione malsana e sbagliata, lo sa lui anche se non vuole accettarlo, lo sa Arianna stessa.
Cosa dovrebbe fare paura di questa storia? Onestamente, non so rispondere.
Non c’è nessuna speleologia nell’abisso adolescenziale, a quell’età si scopre il proprio corpo con voracità, si cerca di dare una definizione ai propri sentimenti e agli istinti. Sono anni vertiginosi, disordinati, disadattati, infusi di stupidità come è giusto che sia. Nilo si comporta da bambino più che adolescente, potrebbe forse essere questione di carattere e dell’ambiente in cui cresce? Considerando che è un mezzo umano (super-spoiler) e che gli dei greci hanno comportamenti, reazioni e pulsioni brutali è ancora meno credibile che Nilo non esploda nella sua adolescenza in modo pirotecnico.
Ho inoltre sentito la mancanza di tutti gli altri dei, è rimasta solo Medusa? Perché? Ammaniti lascia il dubbio che il manager orribile di Arianna sia Poseidone, ma è una suggestione anche in questo caso appena sfiorata. E Perseo? Che fine ha fatto?
Il finale è di grande effetto, eppure ci sono due cose che non mi convincono. La prima è la scenetta imbarazzante della coppia che causa l’incidente che porta alla resa dei conti. La seconda è la (non) reazione di Nilo alla morte dell’amata zia Rosi.