Preoccuparsi per gli altri è umano e fino a un certo limite è anche amorevole, ma spesso si dimentica che ci sono punti di vista che sono, anzi devono essere diametralmente opposti. E se capita, non muore mica nessuno. Furukura Keiko ha 36 anni, non ha un partner, figuriamoci una prole e rifugge come fosse veleno dalla vita sociale, fa un lavoro che la maggior parte delle persone trova deprimente e vive in un appartamento fatiscente. Eppure, a lei sta bene così, per la miseria, e non fa certo male a nessuno: no, non le è permesso, qualcuno deve sempre metterci il naso e intervenire. Ecco La ragazza del convenience store di Sayaka Murata, edito in Italia da Edizioni E/O con la traduzione di Gianluca Coci.
Trama de La ragazza del convenience store in una frase – Furukura lavora in un minimarket e rappresenta tutto ciò che per la società giapponese significa fallimento totale: a lei sta bene, ma agli altri no e quindi tutti si sentono autorizzati a non lasciarla in pace.
C’è chi dice che Furukura sia neurodivergente, probabilmente autistica: potrebbe essere, così come potrebbe essere soltanto una giovane donna che ama la solitudine e si sente a proprio agio con la routine più solida e inscalfibile. In Giappone, così come in molti altri paesi asiatici, la pressione sociale è spaventosa e costante, mette i propri semi nella famiglia e si ramifica sul posto di lavoro e nella cerchia degli amici. Uniformarsi è la parola d’ordine: per diventare davvero invisibili non serve a niente nascondersi, perché l’unica barriera protettiva si manifesta conformandosi ai canoni imposti. Furukura lo capisce molto bene, infatti decide a modo suo di intraprendere questo percorso scegliendosi il partner più sbilenco e inaffidabile possibile.
Un partner di facciata, sia chiaro, visto che non è interessata a romanticherie, al piacere carnale, alla semplice compagnia. Furukura è nata per lavorare nel minimarket, che in italiano è stato curiosamente tradotto all’inglese con convenience store nel titolo, quando in tutto il romanzo si opta per il termine nipponico specifico ovvero conbini. La protagonista dedica tutta se stessa alla missione del piccolo negozio, a accogliere ogni singolo cliente urlando Irasshaimase!, ad assicurarsi che tutti i cibi o le bevande più popolari di una determinata parte del giorno / stagione siano abbondanti e sempre disponibili. Torna a casa, mangia quel che recupera dallo stesso conbini, non ha vizi né passatempi, tutto ruota attorno all’occupazione che di solito in Giappone è prerogativa di giovani studenti che vogliono arrotondare, ma che per la protagonista è la dimensione perfetta.
Si può pacificamente dire che sia felice. Eppure la società non può accettarlo, sorella e genitori sono disperati, i colleghi la bullizzano, persino gli ultimi arrivati si rendono presto conto che possono trarre vantaggio di lei. Le parole che riceve sono spietate, qualcosa che potrebbe demoralizzare una qualsiasi persona comune, ma non lei. A lei non importa affatto, tutto scivola via indolore. Scivola via veloce come questa breve storia che si può terminare in meno di tre ore. Si ride, ci sono momenti anche un pochino commoventi (vissuti dal punto di vista di chi non è Furukura, è bene ribadirlo) e si riflette molto sulla difficoltà di essere lasciati maledettamente in pace.
Voto: 7/10
Il finale è del tutto coerente con la storia, mi ha soddisfatto. Lettura consigliata.