Recensione Daikon di Samuel Hawley, una storia di soli mostri

Daikon è un romanzo che merita due riflessioni. La prima è che non è necessario che in una storia ci siano per forza dei bravi e dei cattivi, anzi il più delle volte l’oscurità è ben maggiore della luce, quantomeno è così nella vita reale. In secondo luogo, è possibile riuscire a fare divulgazione con la narrativa, scendendo anche molto nel tecnico e peraltro scoperchiando temi etici spinosi. Come si può immaginare, ho ben apprezzato il lavoro di Samuel Hawley edito in Italia dalla Silvio Berlusconi Editore (ero del tutto ignaro della sua esistenza, me ne sono accorto a metà libro) e tradotto da Sara Crimi e Laura Tasso.

Trama di Daikon in una frase – Che cosa sarebbe capitato nel 1945 se i giapponesi avessero messo le mani su una eventuale bomba atomica inesplosa lanciata dagli americani prima di Hiroshima?

L’idea alla partenza di questo romanzo è il suo grandissimo punto di forza, perché l’autore ha immaginato una situazione insolita, originale e intrigante su un fatto conosciuto dall’intera platea globale. Ha insomma messo in pratica un consiglio tanto basilare nella sostanza quanto difficilissimo da applicare ovvero creare una storia con fondamenta conosciute da tutti, che però riesca a offrire un punto di vista o un’angolazione differente. Onore al buon Samuel Hawley, che però non si è adagiato sugli allori e ha lavorato sodo per raccogliere una mole impressionante di materiale, come raccontato molto bene nell’appendice finale del romanzo.

Hawley stesso ha una storia personale particolare, figlio di missionari canadesi, è nato e cresciuto in Corea del Sud e ora vive in Turchia, una commistione di tradizioni, lingue e continenti non male. E così l’autore scrive da osservatore esterno totale, visto che non è implicato direttamente né dalla parte dell’aggressore ovvero gli Usa, che sono i villain della storia, né dalla parte degli aggrediti ovvero il Giappone. Giappone che non si può certo considerare la pecorella indifesa della storia del XX secolo, avendo commesso atrocità indicibili in una larga fetta dell’Asia e del Pacifico. Quindi, non ci sono bravi, non ci sono buoni, ci sono mostri che combattono altri mostri e il mostro più forte vince. Il protagonista principale, il fisico Keizo Kan, è di certo una figura positiva, anche se non nasconde i suoi lati oscuri. Stesso dicasi per la “principessa da salvare” ovvero la moglie Noriko, che un paio di scheletri nell’armadio non se li fa mancare. Ci sono personaggi secondari cruciali come la perduta figlia Aiko – che sospinge e determina molti fatti seppur in assenza – e c’è il giapponese di origini coreane Yagi, che ha un epilogo inaspettato proprio nelle ultime pagine.

C’è tanta umanità in uno degli anni più disumani della storia recente, il 1945, con la bomba atomica – e più ancora quella inesplosa, il Daikon – che è una presenza fissa e costante, un vero personaggio. L’ordigno misterioso è molto più che una potenziale esplosione devastante, perché porta in dote danni sul lungo termine su persone e ecosistemi e numerose implicazioni etiche sul suo uso fattivo. Credo che Daikon sia un ottimo romanzo, ricchissimo di nozioni e informazioni e mai noioso anche nei punti più tecnici. I personaggi sono vibranti, la trama credibile. Consigliato.

Voto 8/10

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