Stanza, letto, armadio, specchio è il titolo italiano dell’opera conosciuta originariamente solo come Room e scritta dall’irlandese Emma Donoghue nel 2010. Questo romanzo ha raggiunto un grande successo in tutto il mondo, venendo selezionato come finalista del Booker Prize l’anno del debutto e ottenendo anche una trasposizione cinematografica che è valsa all’autrice la candidatura agli Oscar. L’ispirazione, profonda, è la terrificante storia del Caso Fritzl.
Trama di Stanza, letto, armadio, specchio in una frase – Il mondo di Jack corrisponde alla dépandance dove vive segregato con la madre (Ma), priogioniera da sette anni dopo essere stata rapita da Old Nick. La giovane ragazza protegge il figlioletto grazie all’immaginazione e cerca un modo per fuggire.
Questo romanzo (che d’ora in poi chiamerò solo Room) stimola opinione diametralmente opposte tra chi lo ha trovato un piccolo capolavoro e chi lo ha detestato. Questa “polarizzazione”, tanto per sfruttare un termine molto di moda, è tipica di un’opera che ha fatto centro perché i romanzi né-carne-né-pesce scivolano via e si fanno dimenticare presto. Room si basa su un ingrediente potente come un’ispirazione reale e drammatica ovvero il Caso Fritzl con la povera Elizabeth tenuta prigioniera dal padre per 24 anni nello scantinato, abusata regolarmente e divenuta madre di sette figli (uno morto poco dopo la nascita).
Donoghue sceglie di impostare la storia dal punto di vista del piccolo Jack, 5 anni, vissuto sempre all’interno della stanza e convinto che quel minuscolo spazio sia il mondo intero. Ogni oggetto è un abitante di quell’universo, mentre tutto il “resto” viene assorbito dalla tv (ma con moderazione, altrimenti manda in pappa il cervello), dai libri e dai racconti della giovanissima madre Ma, che è stata rapita dall’orco Old Nick quando era appena 19enne. Il linguaggio è dunque quello di un bambino di cinque anni formato all’interno di questo sistema, cresciuto da una mamma poco più che bambina anche lei. Molti hanno trovato lo stile molto faticoso, spesso noioso e ridondante, ma è esattamente quello che ci si dovrebbe attendere da una situazione così estrema. L’ho trovato coerente e ben costruito.
La seconda parte del romanzo riguarda l’esterno, la fine della prigionia e lo sconvolgimento totale delle loro esistenze, perché paradossalmente il piccolo Jack si ritrova fuori dal proprio universo, ad affrontare l’ignoto. Ma tra i due è il più forte ed è giusto così: l’adattabilità tipica dell’essere umano è ancora più forte quando si è molto piccoli ed è Ma a assorbire peggio le tante difficoltà, compresa una quotidianità da ritrovare, ospedali psichiatrici e la cattiveria della stampa.
Voto: 7/10
Bisogna dare merito all’autrice del coraggio di una scrittura molto difficile e volutamente noiosa, ma la scelta del punto di vista penalizza un po’ il risultato finale, perché non consente di approfondire una parte fondamentale come quella dei sentimenti e i cambiamenti di Ma nella seconda parte della storia, con le percezioni che si sfiorano e si ascoltano da lontano, attraverso una parte spessa. Suggestivo il finale, secondo me coerente con il percorso intrapreso dall’autrice fino a quel momento.