Recensione La vita giovane di Mattia Insolia: ci sono mai stati sogni da sognare?

Voltata l’ultima pagina de La vita giovane di Mattia Insolia, sono ritornato a rileggere alcune parti iniziali come spesso faccio e mi sono ritrovato con ancora più dubbi. Probabilmente è per deformazione professionale, ma ho percepito alcune discrepanze nella costruzione dell’universo narrativo che mi hanno accompagnato per una buona parte del romanzo e che mi hanno un po’ staccato dal flusso della storia.

Trama de La vita giovane in una frase – Teo torna dopo anni al paese natio, ritrova gli amici persi per strada, fa i conti con la propria famiglia e ripensa a traumi variegati, continuando a chiedersi per innumerevoli (28, secondo l’ereader) volte:

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?

Mi sarei atteso uno spazio maggiore a questa tematica e un lavoro più profondo sulle ambizioni e sui progetti dei sei ragazzi del gruppo. Difatti, rilancerei con un’altra domanda: quali erano questi sogni che Teo e amici avrebbero sognato e che sono quindi svaniti? C’è qualche timido accenno: mi viene in mente il desiderio di diventare ambasciatrice di Sofia oppure quello di mettere su famiglia presto per Giorgio e Matilde. Ma sono concetti sfiorati, ai quali l’autore dedica un’attenzione minima, tanto che la stessa domanda “Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo” appare puntuale dopo la narrazione degli innumerevoli traumi che colpiscono i membri del branco di Teo e non dopo che un obiettivo fortemente desiderato, ricorso e costruito con fatica e sacrifici poi sfugge in modo beffardo, drammatico o semplicemente per sfortuna.

In compenso, la larghissima fetta del romanzo è dedicata alla alla ricerca costante delle trasgressioni da parte del gruppo: soprattutto alcol, che viene consumato a fiumi in qualsiasi momento della giornata (questi ragazzi hanno peraltro un budget notevole a disposizione), seguito a ruota dalle sostanze e dalle esperienze sessuali variegate, che però vengono enumerate e citate, ma mai descritte davvero. Per quanto mi riguarda, il risultato finale da lettore è un’assuefazione alle trasgressioni stesse, col risultato che paradossalmente diventano la norma e la costante della loro vita giovane e di tutto il gruppo esteso di compagni di scuola e conoscenti. Teo e amici sono quanto di più aderente e conforme possa esserci al loro mondo: l’eco rimbomba anche nel presente della storia, perché quando si ritrovano “da più grandi”, non perdono tempo a ritornare in quella dimensione, quasi come se non potessero resistere al richiamo di quegli anni. Il discorso è identico anche per i traumi, che sono abbondanti e molto gravi e quindi risultano la norma delle loro vite: un urlo di una singola persona in un luogo silenzioso fa molto più rumore di 80.000 persone in uno stadio per 90 minuti.

Ho apprezzato come l’autore abbia descritto in modo molto sincero i pensieri del protagonista, anche nelle sue ombre più buie, come per esempio quando rivede la madre malata dopo anni: non ha indorato la pillola né ha giustificato il suo disgusto. A livello di scrittura, la prima parte del romanzo (che ha un paio di errori di continuità) è inchiodata in modo fin troppo rigoroso a uno schema che si ripete quasi ossessivamente con un inciso dopo l’altro, ognuno a ospitare l’immancabile punto e virgola o i due punti. Forse, perché la prosa segue la narrazione: presente della storia – episodio del passato; commento oppure: spiegazione – ritorno nel presente. La seconda parte fila via più lineare, è più distesa, forse mi sbaglierò ma ho percepito l’autore maggiormente a proprio agio.

Teo racconta per lunghe pagine di avvenimenti capitati ai propri amici, scendendo nei dettagli e nei pensieri stessi delle altre persone, seppur il romanzo sia narrato in prima persona e al tempo presente. Considerando che per anni non li ha più rivisti, come fa a sapere quelle cose? A inizio libro, Insolia sembra quasi mettere le mani avanti e scrive per bocca del protagonista che la storia è vera e che ha ricostruito certi epi­sodi a posteriori e che “A raccontarmi quel che non sapevo – i pe­riodi che gli altri del gruppo hanno vissuto fuori città, per esempio – sono stati proprio i suoi protagonisti“. Allora, forse, sarebbe stato più efficace e credibile che il tempo del romanzo fosse al passato e non al presente, altrimenti la spiegazione non regge.

Voto: 4/10

Anche se trovo il finale appagante rispetto alle linee narrative intraprese, purtroppo il mio voto finale è pienamente negativo. Ammetto di essermi anche un po’ irritato quando proprio Teo, in un momento lagnoso con gli amici tira in ballo una riflessione che ho letto molto online e sentito frequentemente in giro: “Siamo la generazione più inculata della storia. […] Siamo cresciuti con una crisi dietro l’altra“. Ogni volta penso per esempio alle generazioni che si sono fatte due guerre mondiali, solo per rimanere in Italia e solo per prendere un esempio, ma forse mi sbaglio io. Ho letto recensioni entusiaste, non riesco a essere d’accordo per tutti i motivi precedenti (ce n’è un altro nella parte spoiler qui sotto).

Parte spoiler

Solo un dettaglio, eppure significativo. Durante il corso degli eventi del presente e del ritorno a Foro, Teo ripensa alla sua vita giovane, oltre che alle sue altre vite ovvero quella da bambino e quella da giovane adulto. Insolia è bravo a disseminare molti indizi di fatti che andrà a narrare in seguito, qualcosa di ben apprezzabile. Ma quando Teo ritorna alla casa dei suoi genitori, all’interno delle mura dove è cresciuto, e si appresta a salire le scale tutto avviene in modo lineare e quasi distaccato. Eppure, proprio in quei pochi metri si è consumato uno dei suoi tanti gravi traumi, ovvero la spinta al cugino molestatore poi morto a seguito dei postumi della caduta. Sono ritornato su quelle pagine sperando di essermi perso anche un minimo cenno poi comprensibile a posteriori: un fremito, un sussulto da parte del protagonista. E invece non c’era, un gran peccato.

Lascia un commento