Recensione Veloce come la notte di Jonathan Ames, una storia deprimente

Pensavo di intitolare la recensione “brutto e coraggioso” e qui sotto spiegherò perché. Ma sono bastati due o tre giorni di sospensione e il giusto distacco da Veloce come la notte di Jonathan Ames per calibrare al meglio la percezione dello stato d’animo stimolato da questa lettura. I Pass Like Night è un romanzo che scorre vertiginoso, lasciando quello che può sembrare un solco netto, ma che in realtà si rivela come poco più di un graffio. Si mette un piccolo cerotto, che poi si stacca da solo, magari sotto la doccia: si scopre così che la pelle è già rimarginata, come se non fosse successo niente.

Trama di Veloce come la notte in una frase – Disagio, perdizione, degrado e sconforto: il doorman Alexander Vine si perde nelle (sue) tentazioni di una New York anni ’80 tutt’altro che scintillante tra prostitute, barboni, ricordi d’infanzia, omosessualità repressa e autodistruzione.

Sembrava un romanzo coraggioso, perché è chiara l’impronta autobiografica. Molti scrittori preferiscono non mettere a nudo la loro oscurità, mentre Ames ci si tuffa dentro come un piombo, affondando nelle profondità più abissali. Onore al nostro, che è stato omaggiato da molti colossi della letteratura statunitense in primis da Philip Roth, che ha definito questa storia come “forte, pulita, sovranamente oggettiva”. Eppure, anche considerando il periodo storico in cui questo romanzo è stato scritto, la sensazione costante durante la lettura era quella di sgradevolezza. Che non si riferisce per forza a ciò che viene descritto, ma è dovuto in modo particolare all’atteggiamento del protagonista, rispetto al quale è davvero complicato provare empatia.

Alexander ha infatti la simpatica abitudine di comportarsi in modo assai spiacevole con le persone che tengono a lui, soprattutto le donne. Al contrario, non riesce a non avvicinarsi irreparabilmente a tutto ciò che potrebbe danneggiarlo. Sia a livello mentale sia, più banalmente, a livello fisico. È un debole e un vigliacco: si potrebbe definire sfigato? Sì. Ho trovato molto fastidioso il suo atteggiamento verso la propria omosessualità, perché non viene mai accettata e viene continuamente mascherata da debolezza quando si è ubriachi. Oppure, da semplici avventurette. Al contrario, è la costante che muove il personaggio, che lo porta a odiare in modo profondo genitori, la propria fidanzata, amici, conoscenti. E così via.

Il personaggio di Alexander evolve verso il peggio, persevera sui propri errori, si promette che li ricommetterà. Il finale raggiunge l’apice: ho chiuso il (brevissimo) romanzo e mi sono domandato cosa può rimanere se non la voglia di qualcosa di migliore, qualcosa di teporoso e di confortante. Un libro che sconsiglio con tutto il cuore.

Voto: 4/10

Lascia un commento